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L'isola di niente...

L'isola di niente è quella che hai trovato per caso, un giorno in cui non avevi nulla da fare. E' quel posto che ti fa sentire bene perchè lo senti solo tuo, in cui non c'è niente da vedere ma da cui tu puoi vedere tutto.
 

Song to the Siren - Tim Buckley


"Sto muovendo oltre e probabilmente sarà molto, molto più in là di quel che la gente si aspetta. Ma so dove sto andando, vedo la strada". Con queste parole profetiche, estrapolate da un'intervista, Tim Buckley si appresta a compiere il viaggio musicale più affascinante e pericoloso che abbia mai intrapreso.
E’ il 1970, alle spalle una manciata di album meravigliosi ma incompresi; solo l’anno prima era uscito “Lorca”, a mio parere uno dei vertici assoluti della musica del novecento, disco fatto di niente, trame scarnificate, una voce onnipotente, che scava a profondità mai esplorate, che quasi raggiunge il centro della terra ma si ferma un attimo prima, per non venirne inghiottita.
Eppure, quelle canzoni paiono dolci nenie se confrontate con il contenuto del suo nuovo lavoro: “Starsailor”. Buckley si ribattezza “navigatore delle stelle”, e mai titolo fu più azzeccato: non c’è più nulla di terreno, in quei solchi, dove la voce si spinge fino ai più bui abissi marini per poi inerpicarsi e schizzare in cielo, oltre il cielo, su fino alle più lontane galassie.
Nel mezzo di questo assalto sonoro che inchioda al muro, ecco “Song to the Siren”, e qui si viene proiettati al di fuori del tempo e dello spazio.
Scritta più di tre anni prima con l’amico Larry Beckett e poi accantonata: all'originale ballata folk acustica viene rallentato il tempo e cambiato l'arrangiamento. Tim rimaneggia un po' il testo e ce la consegna profondamente diversa: la placida, inoffensiva andatura è tramutata in pathos elettrico, con una chitarra che sembra aliena, i cori glaciali sono un canto di sirene inquietante e l’interpretazione vocale è più che mai sofferta e spettrale.
Il madrigale romantico è ora una nuda, agghiacciante resa di fronte all’impossibilità di vivere senza amare. Il canto disperato di un uomo, naufrago in questo mondo, aggrappato ai pezzi di un’inutile imbarcazione, simulacro di una speranza che forse non ci sarà mai.
Ne esce il capolavoro dell'album, una delle misconosciute perle nascoste del canzoniere americano.
Impossibile, ascoltandola oggi, dire quando sia stata incisa, tanto è slegata da qualsiasi riferimento temporale nei suoni e negli arrangiamenti, da rimanere per sempre moderna;
Song to the Siren è una perla di inestimabile valore, oggetto a tutt’oggi alieno e inafferrabile, che da sola influenzerà gran parte della new wave più eterea dagli anni ottanta: a renderle giusto omaggio, infatti, ci penseranno i This Mortal Coil, autori di una incredibile versione che è gemella e non copia, per intenzioni e risultato, dell’originale.
"Starsailor" esce nel novembre '70 e ovviamente non riscuote alcun successo. Si tratta forse dell'album più complicato e sconvolgente della storia rock.
All'epoca molti critici scrivono recensioni entusiaste (celebri le cinque stelle dal jazz magazine "Down Beat"), ma la provocazione messa in scena dal cantautore è raccolta da pochissimi coraggiosi: i vecchi estimatori dei suoi madrigali folk inorridiscono di fronte a quell'orgia.
Come era andata prima e come andò poi, sono altre storie...

Ah, un’ultima cosa: Tim Buckley, a questo punto ha ventitre anni (!!!!), e ha consegnato alla storia della musica almeno cinque capolavori inestimabili. Ci vuol poco a tirare in ballo la parola genio, ma mai come in questo caso il termine sarebbe speso bene.

Long afloat on shipless oceans
I did all my best to smile
'Til your singing eyes and fingers
Drew me loving to your isle
And you sang
Sail to me, Sail to me
Let me enfold you
Here I am, Here I am
Waiting to hold you

Did I dream you dreamed about me?
Were you hare when I was fox?
Now my foolish boat is leaning
Broken lovelorn on your rocks,
For you sing, "Touch me not, touch me not, come back tomorrow"
"O my heart, O my heart shies from the sorrow"

I am puzzled as the newborn child
I am troubled at the tide:
Should I stand amid the breakers?
Should I lie with Death my bride?
Hear me sing, "Swim to me, Swim to me, Let me enfold you:
Here I am, Here I am, Waiting to hold you"

Galleggio da molto tempo su oceani senza navi
Ho fatto tutto il mio meglio per sorridere
fino a che i tuoi occhi di canto e le tue dita
mi hanno fatto approdare innamorato alla tua isola
E tu cantavi, ‘naviga verso di me, naviga a me, lascia che ti avvolga
Eccomi, sono qui, qui , e aspetto di averti.
‘Ho sognato che tu sognavi me?
Eri lepre quando io ero volpe?
Ora la mia barca impazzita è poggiata
a pezzi sulle tue scogliere, distrutta dall’amore
Perché tu mi possa cantare, ‘non toccarmi, non toccarmi, ritorna domani:
O cuore mio, cuore mio spaventato dalla pena.
Sono imbarazzato come il bambino appena nato
Sono inquiento come la marea:
Dovrei levarmi in piedi in mezzo ai flutti

O dovrei giacere con la morte mia sposa?
Ascolta il mio canto, ‘ nuota verso di me, nuota verso me, lascia che ti abbracci:
sono qui, eccomi, sto aspettando di averti.

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At gio ott 06, 09:08:00 PM, Anonymous Anonimo said...

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