In un bar, sotto il mare - seconda parte
Era un uomo equilibrato.
E non aveva mai mancato un giorno di lavoro.
Per questo parve a tutti strano quando, il 27 dicembre, la sua scrivania al piano seminterrato rimase vuota tutto il giorno.
O, almeno, così si pensa, visto che se ne accorsero verso le quattro del pomeriggio, quando Mino Mastrocinque, il giovane ragioniere arrivato da poco all’ufficio dell’anagrafe, dovette consultare la cartella di tale Burlacchi Adelina, deceduta da poche ore.
La scrivania era vuota, la lampada spenta, le poche pratiche in sospeso ordinatamente impilate al centro del tavolo, le matite perfettamente temperate e il calendario appeso alla parete fermo al giorno 22 dicembre.
Il ragionier Mastrocinque disse di essere rimasto alquanto stupito e non nascose un certo fastidio nel far notare che la cartella della Burlacchi Adelina la dovette cercare da solo, quel giorno.
Al vecchio Boe piaceva il silenzio. O almeno quello che lui definiva silenzio. Un silenzio fatto di bicchieri, chiacchiere in lontananza, passi lenti su assi robuste. Altro non ne conosceva.
Nemmeno a letto, un attimo prima di dormire o appena sveglio al mattino, aveva mai sperimentato un silenzio più silenzioso di quello, inseguito com’era dal ricordo del rumore del tuono.
Per questo aveva deciso di non dormire più.
Barattava le ore del sonno con quei momenti di silenzio, che a dirla così non sembra una gran soluzione, bisognava esserne capaci o esser matti, e spesso matto è più facile che capace.
E lui lo era diventato. Capace.
Quella sera, poi, il bar di Boe era ancora semivuoto, e persino voi avreste potuto trovarlo un posto silenzioso.
Boe asciugava i bicchieri guardando i tavoli. Sembrava un albero. Alto un pezzo più del normale, braccia lunghe, mani grandi, nocche enormi: rami nodosi da cui è caduta anche l’ultima foglia. Il viso sembrava intagliato nel legno, zigomi spigolosi, guance solcate da rughe immobili, occhi, due fessure: una scultura cominciata e mai finita.
Mancava poco, ormai, e lui era, come sempre, pronto.
I nuovi ospiti sarebbero arrivati tra breve.
Non sapeva quanti e naturalmente non sapeva chi, ma era certo di sapere il perché, e questo era abbastanza.
La sera del 28 dicembre, la signorina Teresa Bollani, impiegata nel negozio di cartoleria dello zio Adelmo Bollani, consegnò nelle mani del commissario Necchi una busta affrancata. All’interno della busta vi era un foglio ripiegato in quattro e scritto da un lato, una lettera, probabilmente, e una chiave.
La Bollani disse di aver trovato la busta tra la propria posta la sera prima, di averla aperta e, una volta appreso il contenuto, di essersi preoccupata a tal punto da non aver chiuso occhio per tutta la notte, e di aver preso la decisione di recarsi alla polizia dopo essersi confidata con lo zio.
Il commissario ascoltò il racconto trafelato della Bollani, si lisciò i baffi biondicci, spiegò il foglio e lesse:
25 dicembre
Gentile Teresa
Mi rivolgo a te perché so che sei una cara ragazza e che ami gli animali, e sono certo che il tuo buon cuore ti farà accettare di buon grado questa mia piccola richiesta.
Ti prego di prenderti cura di Toto, è un gatto molto dolce, discreto, educato e poco curioso, per essere un gatto. Ha abitudini molto casalinghe, mangia di tutto, e ama dormire vicino alla finestra.
Ti chiedo di fare questo al posto mio perché io non potrò più occuparmi di lui. Non ci vedremo più, per cui ti saluto e ti ringrazio di cuore. Non ti parlo di persona perché il negozio è chiuso e io no posso aspettare, la risoluzione che ho preso richiede un coraggio che so di avere ora ma non so per quanto tempo ancora.
Addio, buon Natale
Tommaso Carta
P.S. Nella busta trovi la chiave del mio appartamento, in Via Ariosto, al 10, terzo piano, prima porta a sinistra, quella senza targhetta. Sul tavolo della cucina ti lascio il saldo del mio debito presso la cartoleria, non mi sono fidato a mandarlo per posta.
Continua…

Etichette: In un bar sotto il mare

» Posta un commento