Non è difficile
Solo, non è semplice.
Tempo di burrasca, oggi come ieri e il giorno prima.
La barca ondeggia da far tremare i polsi, il vento ti sfida con raffiche che sono colpi di bastone sugli occhi. Assaggi l’acqua, quella salata delle onde e quella dolcissima della pioggia. Ritmo. E solo questione di ritmo. E’ come ascoltare Coltrane all’Half Note, nel ‘65: se ti lasci prendere dal panico, non ne vieni fuori bene. Devi chiudere gli occhi, sentire il ritmo, sincronizzare il cuore e cercare di non cadere.

C’ è molto da fare, da lavorare; ma questo è un bene perché allena la mente alla concretezza e stanca le membra.
Le braccia e le spalle danno notizia di se solo quando sono stanche, le dita rispondono in ritardo, le gambe non spingono più, per la prima volta ti accorgi di avere un corpo, capisci solo ora cosa significa l’uomo.
Tiri a riva la barca, sei fradicio sotto una cerata pleonastica, ma temi che sia il sudore più che la pioggia, la paura e la fatica più delle intemperie. Leghi la cima e le dita quasi non si chiudono più. Guardi quelle mani che non hai ancora imparato a riconoscere come tue: cuoio grezzo, ti chiedi se sarebbero ancora capaci di una carezza.
Guardi con occhio distratto il poco pesce pescato, sai che è meglio pulirlo subito, la stanchezza porta lucidità, non vuoi pensare e non vuoi ricordare la prima volta: l’urlo di dolore, la coda impazzita, la mano indecisa, lo schizzo di sangue sugli occhi.
Se sei stanco metti a fuoco le tue priorità e metti a nudo le tue sovrastrutture; le vedi lì, tutte insieme, per una volta chiare, per quello che sono: scheletro imponente e fragilissimo, fardello costante che ci costringe a terribili equilibrismi, come camminare con un castello di carte sulla testa.
L’acqua è ancora calda, sei a bagno da quasi mezz’ora ma non hai voglia di uscire. Non senti niente se non un tepore nelle ossa. Da quando sei sull’isola sei pieno di ferite, dolori, graffi, ma non hai più mal di testa. La mente è sgombra, un cielo sereno spazzato dal vento. Sorridi, prendi fiato e immergi la testa.
Apri gli occhi e ora lo vedi.
In mezzo all’azzurro, teso oltre il sole.
Un magnifico aquilone.
Rosso.
Nato bambino, bestiola magnifica, mutato col tempo in essere sovra-umano, tutto cervello, gangli e neuroni, oggi mi ritrovo qui, carne e sangue, muscoli e ossa, capelli stopposi e belle bruciata, e mente in fine libera di vedere cosa si cela dietro il sole.

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