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L'isola di niente...

L'isola di niente è quella che hai trovato per caso, un giorno in cui non avevi nulla da fare. E' quel posto che ti fa sentire bene perchè lo senti solo tuo, in cui non c'è niente da vedere ma da cui tu puoi vedere tutto.
 

Torno

venerdì, novembre 10, 2006

Torno dopo quasi nove mesi, e non so perchè.
Del resto non so nemmeno perchè me ne fossi andato.
L'isola ha passato dei brutti momenti, cupi e minacciosi.
Ma oggi c'è il sole, e tutto mi sembra meno cupo e minaccioso.
Non so se durerà e quanto, ma ne approfitto.

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Piatti rotti

martedì, febbraio 28, 2006

L’altro giorno me ne stavo lì seduto su uno scoglio, imbacuccato in una coperta, ascoltando Fabrizio De Andrè e pensando a i piatti rotti.

Nella vita reale marito e moglie si lasciano (incompatibilità? Un'altra donna? Un altro uomo? Un cavallo? Noia? Come un vuoto di senso? Tutto può essere...). Scazzi, insulti, piatti rotti, carte bollate, soldi e finisce lì, tra una domenica con la bambina e un assegno in ritardo.
Se sei la moglie di un cantautore (o il marito di una cantautrice), invece, allora c’è la possibilità che tu non abbia scampo, e le cose potrebbero mettersi molto male, per te.
Perché lui, il tempo di metabolizzare, diciamo sei mesi, e ci fa una canzone. E non ha peli sulla lingua perché, tanto, non ha niente da perdere. Ora che la incide, ora che viene pubblicata, ora che diventa famosa passano, diciamo, due anni dalla separazione. Due anni sono un periodo ragionevole perché tu, nel frattempo possa ricominciare una vita tua, nuova, magari accanto a qualcun altro, ed ecco che all’improvviso esce quella canzone e tutti, amici, parenti, conoscenti, pure qualche passante, sanno benissimo che quella (o quello) sei tu. Una cosa intima e personalissima adesso fa bella mostra di sé tra i versi spietati di lui, e sai benissimo che tutti i suoi fan sono dalla sua parte, lo capiscono; cazzo, cantano ai concerti la fine del vostro amore, migliaia di persone che ti danno gratuitamente della puttana!
Poi lui, che è artista e piace ai giovani, si mette con una che ha un paio d'anni in meno di vostra figlia e ne canta le doti erotiche...
Insomma non è facile essere “ex” di qualche cantautore, soprattutto se questi è uno davvero bravo (come cantautore, almeno).

A questo pensavo, l’altro giorno, mentre ascoltavo questa canzone di De Andrè. A questo e a quello che deve aver provato la sua ex moglie Puny.

Quando in anticipo sul tuo stupore
verranno a chiederti del nostro amore
a quella gente consumata nel farsi dar retta
un amore così lungo
tu non darglielo in fretta

non spalancare le labbra ad un ingorgo di parole
le tue labbra così frenate nelle fantasie dell'amore
dopo l'amore così sicure a rifugiarsi nei "sempre"
nell'ipocrisia dei "mai"

non sono riuscito a cambiarti
non mi hai cambiato lo sai.

E dietro ai microfoni porteranno uno specchio
per farti più bella e pensarmi già vecchio
tu regalagli un trucco che con me non portavi
e loro si stupiranno
che tu non mi bastavi,

digli pure che il potere io l'ho scagliato dalle mani
dove l'amore non era adulto e ti lasciavo graffi sui seni
per ritornare dopo l'amore
alle carenze dell'amore
era facile ormai

non sei riuscita a cambiarmi
non ti ho cambiata lo sai.

Digli che i tuoi occhi me li han ridati sempre
come fiori regalati a maggio e restituiti in novembre
i tuoi occhi come vuoti a rendere per chi ti ha dato lavoro
i tuoi occhi assunti da tre anni
i tuoi occhi per loro,

ormai buoni per setacciare spiagge con la scusa del corallo
o per buttarsi in un cinema con una pietra al collo
e troppo stanchi per non vergognarsi
di confessarlo nei miei
proprio identici ai tuoi

sono riusciti a cambiarci
ci son riusciti lo sai.

Ma senza che gli altri non ne sappiano niente
dimmi senza un programma dimmi come ci si sente
continuerai ad ammirarti tanto da volerti portare al dito
farai l'amore per amore
o per avercelo garantito,

andrai a vivere con Alice che si fa il whisky distillando fiori
o con un Casanova che ti promette di presentarti ai genitori
o resterai più semplicemente
dove un attimo vale un altro senza
chiederti come mai,

continuerai a farti scegliere
o finalmente sceglierai.


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Il re e il bambino

venerdì, febbraio 17, 2006

Ho trovato un tesoro.
Un ripostiglio, a cui si accede tramite una porticina, sotto la scala che porta in cima al faro.
Piccola, la porta, troppo bassa perché potesse essere comoda per un adulto.
Quello era il nascondiglio di un bambino.
Dentro mille cose, non so ancora bene quali e quante, perché mi sono fermato davanti alla prima che ha attirato la mia attenzione.
Una maglia, logora e sporca, bianca e nera.
Col numero 10 sulle spalle.

Ora so perché non dovrei essere juventino, so perché non è giusto esserlo.
Ora vorrei potermi fregiare di un cuore granata, di un orgoglio viola, di cieca fede giallorossa, perfino di una scanzonata sampdorianità.
Il punto, però, e proprio quello: lo so ora.
E ora è decisamente, irrimediabilmente, definitivamente tardi.
Eh, si, perché quando ti scegli la squadra del cuore, non stai tanto li a guardare il potere dei padroni o la lotta di classe, e nemmeno lo spirito combattivo, l’ardore agonistico o la tradizione; direi che nemmeno il bel gioco o i risultati sono le variabili principali, quando scegli la tua squadra del cuore.
Nella maggior parte dei casi, a condizionare la scelta è l’ambiente, la tradizione familiare: il babbo che ti porta allo stadio riempiendoti la testa coi suoi teoremi della cui esattezza finisci ben presto per convincerti (salvo poi scoprire a tue spese, a sedici anni, che sulla regola dei gol in trasferta non ci aveva capito un cazzo), il fratello maggiore che ti straccia i maroni con l’inno dell’inter e ogni volta che giocate in salotto con la pallina di spugna, ti umilia e va ad esultare sotto la curva con la maglia di Matthaus, lo zio che cerca di corromperti e ti regala bandieroni del Milan e il berretto con le treccine di Gullit, insomma cose così. E qui la strada è già segnata, il solco è lì, pronto da seguire, pochi sforzi di fantasia, poche le possibilità di una deviazione che, quando c’è, è doppiamente eclatante e sottende spesso un desiderio di ribellione alle convezioni della società patriarcale, ma, a onor del vero, di codesti splendidi rivoluzionari ne ho visti pochi.
E poi c’è il secondo caso, nel quale ricado anch’io: famiglia fondamentalmente agnostica, ad esclusione di una debolezza giovanile di mia mamma per Albertosi e una più che sospetta simpatia granata che mio padre ha rispolverato però solo in anni recenti. Fratelli maggiori, nessuno.
Eccomi allora, splendido seienne, forte di una totale verginità calcistica, dovermi trovare ad operare una scelta, senza bussola, senza punti di riferimento sicuri. Un po’ come per il primo fumetto: sei lì, in edicola, davanti a tutti quei giornaletti e devi sceglierne solo uno, ma non sai leggere, e non conosci nessuno di quei supereroi, per cui che fai? Ti lasci affascinare, guidare da un’attrazione del tutto irrazionale; Thor, Capitan America, Superman o Provolino, in quel momento nulla conta, se non quello che senti qui, in un punto imprecisato tra stomaco e cervello, qualcosa che ti fa dire: ma si, scelgo quello.
E io mi sono lasciato affascinare.
Non dall’inter, squadra per la quale facevano il tifo tutti i miei cugini, ma da cui non mi sentivo per nulla attratto: Rumenigge, troppo teutonico, forte, biondo, per nulla divertente; Altobelli, troppo brutto, antipatico, interista.
Non dal Milan, che mi sembrava una squadra triste, grigia, distante, incapace di accendere la benchè minima passione. Dei giocatori, passi per Hateley, simpatico centravanti capellone, ma Wilkins, pelato e grassottello, ordinato e ordinario, incarnava magistralmente il grigiore generale.
Non dalla Fiorentina, dal Torino, la Roma, la Samp o il Napoli. Tutte avrebbero avuto qualcosa per me, ma erano squadre poco visibili, per forza di cose, a queste latitudini, e oggi invidio moltissimo chi ha avuto la fortuna di innamorarsene.
Rimasi folgorato da un uomo normale, dal sorriso furbo e simpatico, senza le cosce spaventose di Rumenigge, o l’elevazione di Hateley, non il “panzer”, o “Attila”, semplicemente “il re”.
Un uomo magro, ricciolino, calzettoni abbassati e maglia fuori dai calzoncini. La maglia, incidentalmente, era a striscie verticali bianche e nere, la numero 10.
Fu grazie a lui che presi la decisione, lui e nessun’altro; un bambino affascinato da un pallone e dal suo re.
Ecco perché non posso, oggi come allora juventino senza motivo di esserlo, tornare indietro e cambiare le cose.
Per non tradire quel bambino, i suoi sogni, la sua innocenza, la sua cieca fiducia nel mondo.
Non avrei il coraggio di dirgli che si sbagliava.

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La prima sigaretta

lunedì, febbraio 13, 2006

Dei vari segni di umanità pregressa presenti qui sull’isola, due quelli che mi sono stati maggiormente utili, fin’ora.
Intendo al di là della loro mera utilità pratica, quindi non gli attrezzi, non il generatore di corrente né altri residui dell’umana civilizzazione post-industriale.
Parlo di una croce di legno e di un pacchetto di sigarette iniziato.

La croce è alta circa un metro e mezzo, due grossi rami robusti di cedro, incrociati e legati da una corda. Ben piantata a terra, sulla scogliera, quasi a strapiombo sul mare.
E’ questo il punto più alto dell’isola, a parte il faro. Per raggiungerlo un sentiero bruciato che sale dritto, senza curve, e ti invita ad andare. Piantare il primo piede sull’erba del piano e vedere la croce sono un tutt’uno. Lei è lì, sfrontata, persino irritante per come si staglia contro l’orizzonte. Orizzonte diviso, in quattro parti. Orizzonte cartesiano, direbbe quel tuo amico. Pensi come lui, ti dici, e non è un buon segno.
Del perché sia lì, la croce, hai smesso di chiedertelo da un pezzo, così come del perché il vento, quassù, non si sente quasi.
Da due giorni non piove, ma tutto ti dice che è un errore: schiaffi di mare grigio, su scogli neri, sotto un cielo bianco. Non fosse per l’erba, saresti in un vecchio film di Bergman.



E’ capitato, un martedì pomeriggio. Camminando animato da un’agitazione non decifrata, presto ho capito quale sarebbe stata la mia meta. E’ capitato, che lì, seduto di fronte a una croce stortignaccola, incappassi in un momento di assoluto e inaspettato benessere.

Sdraiato, senti l’umido sul collo, le labbra bruciano meno del solito. Pensi come sempre a quale canzone vorresti ascoltare. Associazione di idee, non ragionamento. The Smiths, hand in glove. Poteva andarti peggio.
Alzi la testa, i gomiti puntati nell’erba soffice, davvero qui non c’è vento, eppure le nuvole corrono veloci. Il cielo è tutto una nuvola, a più strati. Lo osservi scivolare via e senti che stai perdendo l’equilibrio. Anche da seduto.
Se hai fatto bene i conti, oggi è martedì. Giorno del cazzo. Strano giorno, pensi, per venire in chiesa.


Non sto parlando di un’esperienza mistica, o di verità assolute. Solo di una sensazione, come di acqua versata in un vaso vuoto. Mi sono sentito riempire, penetrare in tutte le fessure, scacciare via la polvere, e stare bene. Non voglio essere frainteso, sto dicendo che è la stessa sensazione che alcuni potrebbero provare in una serata al Pub, con gli amici, o in un pomeriggio allo stadio, tanto per fare qualche esempio. A me è capitato qui, sull’isola, di fronte a una croce, un martedì pomeriggio.

Non ti ricordi di averlo preso, ma stringi tra le mani il pacchetto blu. Osservi lo stemma, quell’elmo alato che ti ha sempre fatto pensare ad Asterix. Ricordi tuo padre che diceva che quelle erano le più forti di tutte. Catrame puro. Pensi a quando ti sei sentito così, l’ultima volta. C’era il sole, e correvi dietro a un aquilone rosso. Ma adesso non sai più se è successo veramente. Nel pacchetto anche un accendino, rosso scuro, di plastica.
Hai tutto chiaro in testa il tuo libro. Per la prima volta ne senti la compiutezza. Sai perché sei qui. Quella canzone la senti davvero, ora, e per la puttana chissenefrega se parla di amori gay. E’ bellissima. E’ tua. Stringi tra le labbra la prima sigaretta da anni. Labile ponte con l’infinito. Per la prima volta no vorresti essere che te. La fiamma, la carta che brucia, il respiro profondo. Catrame puro. Tuo padre che sorride. Tua madre alza gli occhi ed è felice. Ti manca qualcosa, ma non hai fretta di aspettare. Sai che l’aquilone tornerà.
Ne mancano dieci.


Io non fumo, e non credo alle coincidenze.
Cioè non credo che esistano coincidenze, ma che tutto abbia sempre un senso, magari il più delle volte non ci capisci un cazzo, ma prima o poi la trama la vedi, eccome se la vedi.
Per cui undici sigarette su un’isola deserta, non sono per caso. Sono per raccontare una storia, scandire il tempo come i rintocchi di un orologio a pendolo.
E sia. Una per ogni momento speciale. Con il rischio di sovrastimare l’importanza degli avvenimenti, di bruciarle tutte subito e rimanere senza quando sarà “davvero” importante, ma ho fiducia.


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Non è difficile

martedì, febbraio 07, 2006

Non è difficile, la vita, sull’isola.
Solo, non è semplice.

Tempo di burrasca, oggi come ieri e il giorno prima.
La barca ondeggia da far tremare i polsi, il vento ti sfida con raffiche che sono colpi di bastone sugli occhi. Assaggi l’acqua, quella salata delle onde e quella dolcissima della pioggia. Ritmo. E solo questione di ritmo. E’ come ascoltare Coltrane all’Half Note, nel ‘65: se ti lasci prendere dal panico, non ne vieni fuori bene. Devi chiudere gli occhi, sentire il ritmo, sincronizzare il cuore e cercare di non cadere.




C’ è molto da fare, da lavorare; ma questo è un bene perché allena la mente alla concretezza e stanca le membra.
Le braccia e le spalle danno notizia di se solo quando sono stanche, le dita rispondono in ritardo, le gambe non spingono più, per la prima volta ti accorgi di avere un corpo, capisci solo ora cosa significa l’uomo.

Tiri a riva la barca, sei fradicio sotto una cerata pleonastica, ma temi che sia il sudore più che la pioggia, la paura e la fatica più delle intemperie. Leghi la cima e le dita quasi non si chiudono più. Guardi quelle mani che non hai ancora imparato a riconoscere come tue: cuoio grezzo, ti chiedi se sarebbero ancora capaci di una carezza.
Guardi con occhio distratto il poco pesce pescato, sai che è meglio pulirlo subito, la stanchezza porta lucidità, non vuoi pensare e non vuoi ricordare la prima volta: l’urlo di dolore, la coda impazzita, la mano indecisa, lo schizzo di sangue sugli occhi.


Se sei stanco metti a fuoco le tue priorità e metti a nudo le tue sovrastrutture; le vedi lì, tutte insieme, per una volta chiare, per quello che sono: scheletro imponente e fragilissimo, fardello costante che ci costringe a terribili equilibrismi, come camminare con un castello di carte sulla testa.

L’acqua è ancora calda, sei a bagno da quasi mezz’ora ma non hai voglia di uscire. Non senti niente se non un tepore nelle ossa. Da quando sei sull’isola sei pieno di ferite, dolori, graffi, ma non hai più mal di testa. La mente è sgombra, un cielo sereno spazzato dal vento. Sorridi, prendi fiato e immergi la testa.
Apri gli occhi e ora lo vedi.
In mezzo all’azzurro, teso oltre il sole.
Un magnifico aquilone.
Rosso.


Nato bambino, bestiola magnifica, mutato col tempo in essere sovra-umano, tutto cervello, gangli e neuroni, oggi mi ritrovo qui, carne e sangue, muscoli e ossa, capelli stopposi e belle bruciata, e mente in fine libera di vedere cosa si cela dietro il sole.

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Le parole del mare

mercoledì, ottobre 05, 2005

Non è facile, starsene qui, a guardare il mare.
Appollaiato su una scogliera, se minaccia di piovere; ai piedi di un cedro, sotto il sole di mezzogiorno, con le labbra di sale e la pelle divenuta cuoio; camminando sul bagnasciuga, all’alba di un giorno sempre uguale, o dietro i vetri del faro nelle notti di tempesta, quando tutto è nero, il cielo fuso al mare, e il fascio di luce sembra lottare per non farsi inghiottire.
Non è facile vedere.
Non dico al di là del mare, no, non pretendo tanto.
Non è facile vedere al di là dei propri occhi, al di fuori di sè.
Ecco, il problema è in un certo senso questo qui, che quando stai cercando di uscire veramente da te, c’è sempre qualcosa che ti acchiappa e tiene dentro, sempre dentro.
Il mio è un egocentrismo forzato, cronico, direi quasi patologico.
Voglio scoprire dove finisco io e dove comincia il resto dell’infinito.
Voglio scoprire se io finisco davvero.
E’ per questo che parlo col mare.
E il mare mi risponde.
Il mio mare è come me.
Il mio mare ha le sue voci, i suoi stati d’animo, le sue storie da raccontare, i suoi abissi che nemmeno lui osa confessare, e le sue spiagge, inutili tentativi di uscire da se stesso.
Il mio mare mi parla con le canzoni...

Le cinque canzoni del mio mare:

Song to the Siren – Tim Buckley
Sea Song – Robert Wyatt
Il Mare Verticale – Paolo Benvegnù
Disappointed in the Sun – Deus
I’m the Ocean – Neil Young & Pearl Jam

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Sono troppo suggestionabile

martedì, ottobre 04, 2005

Cos’è l’isola di niente?
E’ un vecchio disco della PFM, uno di quegli splendidi tentativi di fare musica in modo diverso da tutto quello che era stato prima, in Italia.
Ma non solo. L’isola di niente è anche, e soprattutto (per quel che mi riguarda), un (non) luogo fatto di suoni, colori, suggestioni, umori, entusiasmi e sconforti.
Come è fatta l’isola è presto detto, poco lavoro per i cartografi: c’è un’unica, piccola spiaggia di sabbia fine e rovente, verso sud; c’è un bosco di cedri, una sola, verde collina, a nord una scogliera frastagliata, come il morso sanguinante del predatore nel collo rassegnato della preda, distacco troppo netto tra terra e mare.
E poi c’è il faro. Unico testimone di una (in)civiltà che ben presto si è dimenticata di lui, incapace di vedere il sentimento delle cose. Oggi si accende solo quando gli va, e provateci voi a fargli cambiare idea.
Su quest’isola non c’è niente, non ci sono “famosi”, nè talpe, nè fattorie. Eppure, a ben guardare, anche questo è un reality show, un reality al contrario.
Anche da qui si vede la verità. Ma con i miei occhi. E’ la mia verità.

Io so la mia verità
E voglio usare il cranio come un archibugio
Per sparare la mia verità
Che non è inchiostro nero ma sangue che grandina gioia
La mia verità è come una finestra nel vuoto
Inchiodata ai suoi cardini
La mia verità
Linea di protezione e coerenza ai deserti che cambiano

Ma sono suggestionabile, sono troppo suggestionabile
Siamo troppo suggestionabili
Infantili ed interpretabili, Siamo troppo suggestionabili
Ci muoviamo ma siamo immobili, Siamo troppo suggestionabili

Io so la mia verità
Sono passato in mezzo agli inferni alle mie pazzie
Ma è la mia verità
E spero possa esploderti in faccia spaccarti la testa
La mia verità
Nell’ostinazione a cercarmi a ferirmi a capirmi
La mia verità
Rinnegare i padri le madri le bocche gli stomaci

Ma sono suggestionabile, sono troppo suggestionabile
Siamo troppo suggestionabili
Infantili ed interpretabili, Siamo troppo suggestionabili
Ci muoviamo ma siamo immobili, Siamo troppo suggestionabili

Io so la mia verità e voglio andare in fondo a tutto quello che so
Io voglio assaporare ogni secondo che avrò
Perchè io sono un uomo
Io sono insicuro
Io sono il padre la madre il figlio
Io sono il vertice io sono l’assoluto
Io sono il genio io sono il mio assassino
Ma sono l’unica cosa che mi rimane
Io sono l’ultima cosa che ho
Sarò la prima cosa che avrò


Suggestionabili – Paolo Benvegnù

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maree



Rieccomi qui, dopo un mese di pausa, dopo due messaggi di prova, dopo aver riflettuto all'utilità di questa pagina, alla sua effettiva opportunità.
La risposta che mi sono dato è stata più o meno: "chissenefrega", tanto nessuno ancora sa dell'esistenza di quest'isola, e pertanto nessuno protesterà o se ne avrà a male se la frequenza degli aggiornamenti è un tantino dilatata, o se gli argomenti non sono sufficientemente arguti, riflessivi o divertenti, per cui ho preso la mia decisione:
L'isola continuerà ad esistere, o meglio, forse un giorno comincerà ad esistere, se mai mi premurerò di farla conoscere a qualcuno.
Per ora continuerà ad ospitare i miei occasionali punti di (s)vista sul vasto mare che mi circonda.
A presto...

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