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L'isola di niente...

L'isola di niente è quella che hai trovato per caso, un giorno in cui non avevi nulla da fare. E' quel posto che ti fa sentire bene perchè lo senti solo tuo, in cui non c'è niente da vedere ma da cui tu puoi vedere tutto.
 

The side I'll never Show

mercoledì, agosto 08, 2007

C’ è bisogno che spieghi chi sono I Dream Syndicate?
Forse.
Ho voglia di spiegarlo?
Di sicuro no.
Pero’ oggi mi regalano le parole che non trovo, e le chitarre, e la rabbia giusta.
Ieri c’era il sole e un cielo magnifico. Cosi’, almeno, guardano fuori da me stesso potevo pensare di essere io quello sbagliato.
Oggi solo nubi, fuori e dentro. E nessun dubbio.
Per cui
“ogni nube ha un vestito d’argento
Ogni brutto momento ha una risposta, lo so
Ma nel mio cuore non ci sono luci scintillanti
Solo vuoto e un alone pallido
Sta piovendo
sul lato che non mostrero’ mai”





Doctor, can't you see that I'm trying
the explanation just hasn't been found
doctor, no one knows when I'm frying
I slam the door when the feeling comes round and
every cloud has a silver lining
every down has an answer I know
but in my heart there's no light shining
just emptyness and faded glow
raining down on the side I'll never show

Doctor, it's the hardest season
I said wait for the down and let go
doctor, without the slightest reason
I've become a man that I don't want to know and
every cloud has a silver lining
every down has an answer I know
but in my heart there's no light shining
just emptyness and faded glow
raining down on the side I'll never show

yeah every cloud has a silver lining
every down has an answer I know
but in my heart there's no light shining
just emptyness and faded glow
raining down on the side I'll never show

Doctor, I believe that I heard calling down from beyond the flood
doctor, in my heart there was murder
there wasn't no body and there wasn't no glood and
every cloud has a silver lining
every down has an answer I know
but in my heart there's no light shining
that's a side I'll never show
that's a side that I never, never, never, never show

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Torno

venerdì, novembre 10, 2006

Torno dopo quasi nove mesi, e non so perchè.
Del resto non so nemmeno perchè me ne fossi andato.
L'isola ha passato dei brutti momenti, cupi e minacciosi.
Ma oggi c'è il sole, e tutto mi sembra meno cupo e minaccioso.
Non so se durerà e quanto, ma ne approfitto.

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L'ultimo birillo

venerdì, febbraio 10, 2006



Mi sento come l’ultimo birillo.
L’unico superstite di un mancato strike.
Non so se esserne contento.
Non ho più appoggi, non ho più solidarietà.
Sbircio alle mie spalle ma non vedo nulla.
Solo assordante silenzio.
Perché proprio io?
Non sarebbe stato meglio venire investiti dal ciclone
E poi pronti per un altro giro?
Non so.
Vacillo ma sono ancora in piedi.
E questo è l’unico fatto che conta.


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Thanks to...

venerdì, ottobre 21, 2005


Oggi ho pianto.
E’ venerdì, e questo normalmente basterebbe a rendere speciale e carica di favolosi presagi anche una tempesta di sabbia o un’invasione di cavallette; In effetti mi sono alzato particolarmente di buon umore, mi son fatto la barba e ho persino pensato, allo specchio, di non essere niente male, davvero niente male.
Arrivo al lavoro: arrivo presto, di proposito, e giro per tutta l’azienda deserta: gli uffici, i reparti, il magazzino; camminare mi aiuta ad appropriarmi dei luoghi, percorrere una strada per impossessarsene, bella sensazione.
Poi si comincia: giornata tranquilla, niente di particolare, e poi è venerdì, che diamine, mica può andare storto qualcosa, di venerdì.
Ma il destino è cinico e baro non per niente, e così apro la posta, e ci trovo una mail di un amico che si laurea, e che manda a tutti i ringraziamenti della sua tesi, così che chiunque, anche chi non può assistere, possa leggerli.
Un gesto bellissimo, semplice ma bellissimo.
Eppure ho pianto.
Quel gesto mi ha inchiodato al muro dei rimorsi, costringendomi a guardare fisso tutto quello che non sono, tutto ciò che ho deliberatamente lasciato per strada, tutto ciò a cui, più o meno consciamente, ho rinunciato, sacrificato sull’altare di un vuoto viversi addosso.
Ho guardato in faccia il mio io e ho visto, con orrore, l’assenza di emozioni.
A doverlo spiegare, non saprei nemmeno dire cosa, più di altro, mi abbia gettato in tale sconforto: non so se il contenuto (non sono nemmeno riuscito a finirlo tutto), sicuramente il gesto in sè, perchè sostenuto da un pensiero forte, da un sentimento, che sfonda il muro del compiacimento e vuole raggiungere davvero qualcuno, al di fuori di sè.
Ho pianto perchè ho sentito, come un nervo scoperto, il dolore per qualcosa che non ho.

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Il tè delle cinque

giovedì, ottobre 20, 2005

Recentemente, cercando di spiegare ad un amico il mio stato d’animo, ho usato l’immagine della palude. Nel senso, cioè, che mi sento impantanato in una quantità di sensazioni viscide e pesanti, e per quanti sforzi faccia (pochi, per la verità) per tirarmene fuori, alla fine non riesco a spostarmi di un metro.
Il mio amico, che è più erudito di me e possiede uno spirito assai più poetico, mi ha invece suggerito il tè delle cinque del Cappellaio Matto.
Si parla di Alice nel Paese delle Meraviglie, al capitolo sette, quando Alice incontra il Cappellaio Matto mentre sorseggia il tè in compagnia della lepre di Marzo e di un ghiro.
Il Cappellaio, un giorno, aveva cercato di ammazzare il tempo, e questi, permaloso come solo lui sa essere, aveva deciso di fermarsi alle cinque, l’ora del tè.
Per questo ora il Cappellaio e i suoi amici non possono far altro che prendere il tè, e non hanno nemmeno il tempo di sciacquare le tazze in quanto, appunto, sono sempre le cinque. Quando vogliono un’altra tazza, scalano di un posto sulla tavola, e bevono nella tazza del vicino.
Ma in realtà, come scopre Alice con un certo disgusto, non è poi così vero che il tempo non passa: perchè i tre si spostano, ma le loro tazze si sporcano e restano sempre sporche.
Lascio alla libera interpretazione le implicazioni filosofiche, di cui questo libro è pieno, ma devo dire che l’immagine è potente, e mi ha scosso nel profondo, perchè mi sento così: imprigionato e costretto a fare sempre la stessa cosa, come se non ci fosse altra possibilità, e non mi accorgo del tempo che passa, delle tazze sempre più sporche nelle quali mi ritrovo a bere il mio tè.

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