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L'isola di niente...

L'isola di niente è quella che hai trovato per caso, un giorno in cui non avevi nulla da fare. E' quel posto che ti fa sentire bene perchè lo senti solo tuo, in cui non c'è niente da vedere ma da cui tu puoi vedere tutto.
 

Perline, ovvero: ogni uomo è una collana - 4



Postilla dell'autore a "gli ultimi giorni di Pompeo"

Cari Voi che mi avete seguito sin qui. Cosi' finisce l'ultima puntata di Pompeo e, presumo, anche un lungo capitolo della mia vita. Questi s'era aperto "fumettisticamente" nel settantasette con Pentothal (del quale Pompeo e', forse, l'alter ego invecchiato), e, tra alti e bassi chiude adesso, nove anni dopo. Anni che, come si dice, sono "volati". In questi anni ho scoperto diverse cosucce. Intanto di non essere un genio. Perche' si', lo confesso, da ragazzo ci speravo. Invece no, sono un fesso qualsiasi. Pero', c'e' sempre un pero', e' vero, sono un disegnatore eclettico. Un disegnatore ecletto-sfaticato. Poi ho scoperto di non essere attendibile, e di non essere tante altre cose, deficenze a volte gravi delle quali chiedo a qualcuno di perdonarmi. [...] Ora che vivo in campagna come un cretino non sono piu' depresso e quindi saluto volentieri gli amici che mi rimastono qua e la' nelle citta'. Le amiche soprattutto. Di me, volendo, si puo' dire tutto il male che si vuole, pero' tante di quelle cose non sono vere. Capisco viceversa la delusione di qualcuno quando si e' accorto che il fumettaro per cui tifava altri non era che il fesso di cui sopra. Ora, naturalmente, che sono fesso me lo posso dire io da solo, perche' sono sempre in grado di stracciare il novanta per cento dei vostri. Pero' (di pero' ce ne possono essere i pacchi), non ho mai pensato al soldo, mentre disegnavo, casomai subito prima, o subito dopo, mai durante. Voglio dire che alla fine ho sempre fatto quel che ho voluto, senza badare acche' 'ste cose si potessero rivendere di su o di giu'. Ora che vivo in campagna i ragazzi di qui mi chiamano "vecchio paz" e, faccio per dire, ho ventinove anni.

Così scriveva Andrea Pazienza in calce all’ultima parte della sua opera più dolorosa e autobiografica, quel Pompeo che credo possa essere annoverato tra i grandi classici della letteratura di formazione italiana. Questo è un mio parere, che non troverà mi posto su alcun libro di testo, su alcuna “Storia della letteratura”.
Così come mai troveranno posto le sue storie tra i “classici del fumetto” di Repubblica, e il perché lo sa bene chiunque si sia mai imbattuto nelle sue tavole.
Andrea Pazienza è morto nel 1988, due anni dopo aver scritto le righe di cui sopra, e che a volerci leggere in mezzo, sono una sorta di piccolo testamento, più serio che faceto.
Vita strana, la sua, da genio autentico, da Mozart del pennello prima e del pennarello poi, vita che si mescola all’arte e al dolore, e da esse è inscindibile, legata stretta con filo di spine e miele.
La sua prima cosa che mi portai a casa fu “Le straordinarie avventure di Pentothal”, opera prima da non crederci, saggio di bravura che ha del mostruoso e, per inciso, uno dei modi migliori per fare la conoscenza con quello che è stato il 77 a Bologna. Strano pensarci adesso, ma in quegli anni, quando noi si nasceva, si cominciava a vivere, là (e altrove, anche qui) si cominciava a morire, l’ago nel braccio e lo stantuffo premuto piano, fino in fondo.
Pazienza è anche Zanardi, la proiezione del male, della cattiveria fine a se stessa, lo sguardo insostenibile.
Per me Pazienza è stato questo, lo svezzamento, la perdita dell’innocenza, la porta aperta su un mondo che è stato ieri ma che qualcuno si ostina a voler cancellare.
Con lui ho imparato a guardarmi allo specchio nudo, lui mi ha insegnato il coraggio, mi ha svelato l’abisso, spiegato la paura, ridato la voglia di disegnare, scrivere, amare.
Pazienza è il genio, il tratto impossibile, la trovata illuminante, la parola nuda, l’infinita tenerezza, la sincerità lancinante, il nervo scoperto, che pulsa e ti tiene vivo, anche quando i segnali intorno ti dicono che non è così.
Ci sono pagine, in Pompeo, che scardinano ogni tua sequenza cognitiva, mandano a puttane ogni percorso di elaborazione, cortocircuitano il cuore. Semplicemente piangi. E ridi. Piangi e ridi e ti dici che niente è perduto e che ce la puoi fare, sempre, per quanto possa essere dura, ce la puoi fare.
Pompeo non ce l’ha fatta.
E nemmeno Andrea. Anche lui aveva cominciato a morire a pezzi, nel 77, a Bologna, ma poi sembrava esserne uscito, sembrava a posto, sembrava vivo e felice.

“Non si esce vivi dagli anni 80”

Manuel Agnelli

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