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martedì, febbraio 28, 2006
Postilla dell'autore a "gli ultimi giorni di Pompeo"Cari Voi che mi avete seguito sin qui. Cosi' finisce l'ultima puntata di Pompeo e, presumo, anche un lungo capitolo della mia vita. Questi s'era aperto "fumettisticamente" nel settantasette con Pentothal (del quale Pompeo e', forse, l'alter ego invecchiato), e, tra alti e bassi chiude adesso, nove anni dopo. Anni che, come si dice, sono "volati". In questi anni ho scoperto diverse cosucce. Intanto di non essere un genio. Perche' si', lo confesso, da ragazzo ci speravo. Invece no, sono un fesso qualsiasi. Pero', c'e' sempre un pero', e' vero, sono un disegnatore eclettico. Un disegnatore ecletto-sfaticato. Poi ho scoperto di non essere attendibile, e di non essere tante altre cose, deficenze a volte gravi delle quali chiedo a qualcuno di perdonarmi. [...] Ora che vivo in campagna come un cretino non sono piu' depresso e quindi saluto volentieri gli amici che mi rimastono qua e la' nelle citta'. Le amiche soprattutto. Di me, volendo, si puo' dire tutto il male che si vuole, pero' tante di quelle cose non sono vere. Capisco viceversa la delusione di qualcuno quando si e' accorto che il fumettaro per cui tifava altri non era che il fesso di cui sopra. Ora, naturalmente, che sono fesso me lo posso dire io da solo, perche' sono sempre in grado di stracciare il novanta per cento dei vostri. Pero' (di pero' ce ne possono essere i pacchi), non ho mai pensato al soldo, mentre disegnavo, casomai subito prima, o subito dopo, mai durante. Voglio dire che alla fine ho sempre fatto quel che ho voluto, senza badare acche' 'ste cose si potessero rivendere di su o di giu'. Ora che vivo in campagna i ragazzi di qui mi chiamano "vecchio paz" e, faccio per dire, ho ventinove anni.Così scriveva Andrea Pazienza in calce all’ultima parte della sua opera più dolorosa e autobiografica, quel Pompeo che credo possa essere annoverato tra i grandi classici della letteratura di formazione italiana. Questo è un mio parere, che non troverà mi posto su alcun libro di testo, su alcuna “Storia della letteratura”. Così come mai troveranno posto le sue storie tra i “classici del fumetto” di Repubblica, e il perché lo sa bene chiunque si sia mai imbattuto nelle sue tavole. Andrea Pazienza è morto nel 1988, due anni dopo aver scritto le righe di cui sopra, e che a volerci leggere in mezzo, sono una sorta di piccolo testamento, più serio che faceto. Vita strana, la sua, da genio autentico, da Mozart del pennello prima e del pennarello poi, vita che si mescola all’arte e al dolore, e da esse è inscindibile, legata stretta con filo di spine e miele. La sua prima cosa che mi portai a casa fu “Le straordinarie avventure di Pentothal”, opera prima da non crederci, saggio di bravura che ha del mostruoso e, per inciso, uno dei modi migliori per fare la conoscenza con quello che è stato il 77 a Bologna. Strano pensarci adesso, ma in quegli anni, quando noi si nasceva, si cominciava a vivere, là (e altrove, anche qui) si cominciava a morire, l’ago nel braccio e lo stantuffo premuto piano, fino in fondo. Pazienza è anche Zanardi, la proiezione del male, della cattiveria fine a se stessa, lo sguardo insostenibile. Per me Pazienza è stato questo, lo svezzamento, la perdita dell’innocenza, la porta aperta su un mondo che è stato ieri ma che qualcuno si ostina a voler cancellare. Con lui ho imparato a guardarmi allo specchio nudo, lui mi ha insegnato il coraggio, mi ha svelato l’abisso, spiegato la paura, ridato la voglia di disegnare, scrivere, amare. Pazienza è il genio, il tratto impossibile, la trovata illuminante, la parola nuda, l’infinita tenerezza, la sincerità lancinante, il nervo scoperto, che pulsa e ti tiene vivo, anche quando i segnali intorno ti dicono che non è così. Ci sono pagine, in Pompeo, che scardinano ogni tua sequenza cognitiva, mandano a puttane ogni percorso di elaborazione, cortocircuitano il cuore. Semplicemente piangi. E ridi. Piangi e ridi e ti dici che niente è perduto e che ce la puoi fare, sempre, per quanto possa essere dura, ce la puoi fare. Pompeo non ce l’ha fatta. E nemmeno Andrea. Anche lui aveva cominciato a morire a pezzi, nel 77, a Bologna, ma poi sembrava esserne uscito, sembrava a posto, sembrava vivo e felice. “Non si esce vivi dagli anni 80” Manuel Agnelli
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 Giorgio Gaber è lo zio che avrei tanto voluto avere. Giorgio Gaber è una persona di cui condivido quasi ogni parola, ogni gesto, ogni espressione. Giorgio Gaber è il mio più grande rimpianto, come e più di De Andrè. Il rimpianto di non averlo scoperto per tempo, per non essermi innamorato di lui quando era possibile vederlo, incontrarlo, assaporarne le rughe e le parole. Quando era vivo. Da giovane era più famoso di Celentano, era il contraltare maschile di Mina, era ironico, simpatico, spassoso, persino affascinante, anche se non bello. Era l’uomo del Sabato sera, quello di tutti gli italiani, quello di Goganga, Barbera e Champagne, Non arrossire, Torpedo Blu. Poi qualcosa è cambiato. Il teatro e la canzone che si mescolano e creano un genere, le porte della tv che si stringono fino a chiudersi, l’impegno politico sempre più presente, evidente, militante, e poi la disillusione via via sempre più forte, cosmica, apocalittica, distruttiva. La solitudine per scelta e per forza, lui che ha attaccato e criticato tutti, a destra e a sinistra, e che tutti hanno criticato e infine isolato. Lui che scrive la più devastante invettiva della storia della musica italiana, quella “Io se fossi Dio” che nessuno vuole pubblicare, da cui tutti si dissociano, che è blasfema e non lascia in pace neppure i morti. Lui, impossibile da accettare così com’è. Lui che deve aver sofferto come un cane nel vedere la moglie candidarsi per Forza Italia, lui sempre tremendamente dignitoso, che aveva scelto di non votare ma che era sempre, geneticamente, un uomo di sinistra. Lui che si ammala e, d’un tratto, invecchia di mille anni, lui che era invecchiato subito, a trent’anni, e pareva sarebbe rimasto così per sempre. Lui che non ha mai perso la capacità di indignarsi, che ha fatto due dischi uno via l’altro, dopo anni di silenzio, per dire ancora una volta la sua. Lui che aveva capito di essere giunto alla fine. Lui con due occhi dolcissimi, comprensivi, da nonno. Lui, un uomo vecchio, che canta seduto e sorridente, pacificato mai, rasserenato forse. Lui che ha fatto del gesto una parte inscindibile della parola, lui che sul palco trasfigurava, si incazzava, si commuoveva. “La vecchiezza è una Roma, senza burle e senza ciance, che non prove richiede all’attore, ma una vera ed autentica rovina” Andrea Pazienza
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 Walter Sobchak è uno dei miei personalissimi idoli. E’ l’amico di Drugo, ne “Il Grande Lebowsky”, film che è una mia antica fissazione. Walter Sobchak è John Goodman, in uno di quei ruoli che possono valere una carriera, un personaggio talmente impossibile da risultare reale, vivo, vero. Alla fine più reale, vivo e vero di tutte le persone che si vedono in tv oggi. Amo tutto di questa pellicola, gli attori, la storia, i personaggi, le situazioni, perfino la filosofia che sottende il film e che conduce le azioni di Drugo, un fantastico Jeff Bridges. Amo la sua visione del mondo, semplice ma non semplicistica, le prese di posizione politiche, molto meno velate di quanto possano sembrare, le trovate comiche, il ribaltamento dei cliché, la colonna sonora. Amo tutto di questo film, così come mi era capitato per “Fargo” e altri lavori dei fratelli Cohen, tutto tranne la sua fama di film “di culto”. Io non sopporto i film “Cult”. Non sopporto proprio la parola, e chi la usa a cazzo. Vorrei conoscere chi l’ha usata per primo, colui o colei che per la prima volta ha definito il termine “cult movie”, tracciando in modo del tutto arbitrario e alquanto imperscrutabile le coordinate di un genere, un titolo per la cui attribuzione non si capisce bene a chi o cosa appellarsi. Non sopporto l’aria compiaciuta di chi ti parla dei film (o libri, o dischi) “cult”, la smorfia che si disegna sul loro volto, la luce artificiale che si accende nei loro occhi, e che ti dice che loro ne sanno di più, e che sono pronti a illuminarti con l’unica verità possibile, la loro. Perché poi sono le stesse persone che citano a memoria le recensioni, si vestono dell’altrui pensiero, prendono in affitto il gusto degli altri. Odio il “cult” come concetto. Come espressione di un alternativismo d’accatto, un chiamarsi fuori dal coro patetico proprio perché di coraggioso non ha nulla, l’illusione di nuotare controcorrente in un acquario, il rifugio in un’idea prefabbricata, comoda, imbottita. Lo so, a parlare di certe cose, sembra che uno sia nient’altro che uno stronzo intollerante e magari pure un po’ invidioso, ma davvero non è così, è solo che sono stufo di chi si riempie la bocca di parole non sue, di chi mangia idee precotte invece di cucinarsi le proprie, anche a costo di sbagliare con il sale: il sapore è comunque diverso, più vero, autentico, si riconoscono gli ingredienti e, se qualcosa non va, la si può aggiustare, la prossima volta. “Un’idea, un concetto, un’idea, fin che resta un’idea, è soltanto un’astrazione. Se potessi mangiare un’idea, avrei fatto la mia rivoluzione” Giorgio Gaber
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Ho deciso di tentare un esperimento: Una frase. Ispirata da un fatto, una sensazione, un colore, una canzone, un film, il mal di testa, la nutella, qualsiasi cosa. E poi, la volta dopo, partire dall’autore di quella frase per arrivare ad un’altra, diversa, parlando a ruota libera, senza piani né programmi, senza confini, andare avanti per assonanze, associazioni d’idee. Niente regole, se non quella di partire ogni volta dall’autore della frase precedente. Perché ogni uomo, alla fine, è una collana, costruita di perline, anelli, pietre preziose, conchiglie, denti di tigre, piume o ciondoli. E questo è un modo come un altro per tentare di tracciare una mappa delle proprie idee, influenze, suggestioni, di contare tutte le nostre perline, e magari scoprire dove e perché le abbiamo scelte per la nostra collana. Tutto troppo arbitrario? E’ ovvio, del resto questa è la mia isola, qui sono il despota di me stesso e quindi le regole le faccio io. Da qualche parte bisogna pur partire, per cui: Tempo addietro, i tg hanno strillato di una scandalosa sentenza che in qualche modo avrebbe sminuito la gravità del reato di stupro, nei casi in cui la vittima fosse una donna non più vergine. Già a leggerla così, la cosa appare per una solenne minchiata. E infatti. Per curiosità sono andato a leggermi la sentenza, e le mie impressioni sono state poi avallate dal parere di un avvocato, che ha confermato quanto avevo desunto da una prima lettura, e cioè che la sentenza in questione fosse tutt’altro che aberrante, semplicemente perché non dice quello che era stato urlato con sdegno dal manipolo di sedicenti giornalisti. Allo stesso modo i tg nazionali hanno contribuito all’isteria collettiva provocata dall’influenza aviaria, con servizi che erano puro condensato allarmistico. Questi a mio avviso sono solo alcuni sintomi della gravissima situazione in cui versa l’informazione italiana, soprattutto quella televisiva. I programmi di informazione non dovrebbero appunto informare il cittadino, aiutarlo a comprendere, fornire la giusta chiave di lettura, mettere a conoscenza dei rischi, quando questi sono reali, e viceversa rassicurare se questi rischi sono ragionevolmente inesistenti (magari avendo l’opportunità di dire, una volta tanto, che l’Italia è all’avanguardia, è sicura) ? Il punto è sempre quello, e cioè che viviamo in tempi di informazione distorta a piacimento, senza controllo, senza professionalità, moralità, regole minime. Oggi le notizie sono più effimere delle farfalle: vivono un giorno, e poi nulla più. Se sono false, o sbagliate, poco importa, questo è il tempo della smentita come rimedio a tutto, dell’alzata di spalle irrispettosa e irridente, dell’impunità sfacciata, ghignante. Uno può andare in video, dire qualsiasi mostruosità e poi, il giorno dopo affermare di non aver mai detto quelle parole, di essere stato travisato, frainteso, manipolato. Lo stesso accade in rete, dove si trova di tutto, ma chi controlla le fonti? Il mondo è pieno di blog come questi dove ognuno dice la sua e spesso dice cazzate. Basterebbe che ci si mettesse d’accordo, tra blogger, per spostare l’informazione o quantomeno la percezione dell’informazione. Basterebbe decidere di screditare, chessò un nome a caso, Fabio Fazio, e si potrebbe facilmente, e velocemente, accostare il suo nome a dichiarazioni false, o costruite ad hoc con un taglia e incolla di dichiarazioni reali, persino a siti pedofili (è già stato fatto con altre persone, non mi invento nulla), il tutto legittimato solo e soltanto dalla “grande rete”. Poco importa se ci sono giornali che analizzano, argomentano, riportano con dovizia e rigore, perché oggi non li legge più nessuno. E’ rabbrividente. E fa pensare. “Questo non è il Vietnam, ci sono delle regole, qui!”
Walter Sobchak
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