Perline, ovvero: ogni uomo è una collana - 2

Walter Sobchak è uno dei miei personalissimi idoli. E’ l’amico di Drugo, ne “Il Grande Lebowsky”, film che è una mia antica fissazione.
Walter Sobchak è John Goodman, in uno di quei ruoli che possono valere una carriera, un personaggio talmente impossibile da risultare reale, vivo, vero. Alla fine più reale, vivo e vero di tutte le persone che si vedono in tv oggi.
Amo tutto di questa pellicola, gli attori, la storia, i personaggi, le situazioni, perfino la filosofia che sottende il film e che conduce le azioni di Drugo, un fantastico Jeff Bridges. Amo la sua visione del mondo, semplice ma non semplicistica, le prese di posizione politiche, molto meno velate di quanto possano sembrare, le trovate comiche, il ribaltamento dei cliché, la colonna sonora. Amo tutto di questo film, così come mi era capitato per “Fargo” e altri lavori dei fratelli Cohen, tutto tranne la sua fama di film “di culto”.
Io non sopporto i film “Cult”.
Non sopporto proprio la parola, e chi la usa a cazzo.
Vorrei conoscere chi l’ha usata per primo, colui o colei che per la prima volta ha definito il termine “cult movie”, tracciando in modo del tutto arbitrario e alquanto imperscrutabile le coordinate di un genere, un titolo per la cui attribuzione non si capisce bene a chi o cosa appellarsi.
Non sopporto l’aria compiaciuta di chi ti parla dei film (o libri, o dischi) “cult”, la smorfia che si disegna sul loro volto, la luce artificiale che si accende nei loro occhi, e che ti dice che loro ne sanno di più, e che sono pronti a illuminarti con l’unica verità possibile, la loro.
Perché poi sono le stesse persone che citano a memoria le recensioni, si vestono dell’altrui pensiero, prendono in affitto il gusto degli altri.
Odio il “cult” come concetto. Come espressione di un alternativismo d’accatto, un chiamarsi fuori dal coro patetico proprio perché di coraggioso non ha nulla, l’illusione di nuotare controcorrente in un acquario, il rifugio in un’idea prefabbricata, comoda, imbottita.
Lo so, a parlare di certe cose, sembra che uno sia nient’altro che uno stronzo intollerante e magari pure un po’ invidioso, ma davvero non è così, è solo che sono stufo di chi si riempie la bocca di parole non sue, di chi mangia idee precotte invece di cucinarsi le proprie, anche a costo di sbagliare con il sale: il sapore è comunque diverso, più vero, autentico, si riconoscono gli ingredienti e, se qualcosa non va, la si può aggiustare, la prossima volta.
“Un’idea, un concetto, un’idea, fin che resta un’idea, è soltanto
un’astrazione. Se potessi mangiare un’idea, avrei fatto la mia
rivoluzione”Giorgio Gaber
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