Illuminazioni: 80 voglia di dirlo
Ci sono giorni in cui capita di avere l’illuminazione.
Può avvenire ovunque e in ogni momento. A me non di rado capita mentre ascolto la musica. E se hai a disposizione un faro dove poter suonare i tuoi dischi a qualsiasi volume, nelle notti stellate così come in quelle burrascose, nei lunghi pomeriggi di pioggia o all’alba di un giorno d’estate, beh, diciamo che forse è più facile.
E’ un lampo, niente più di un attimo di lucidità assoluta, una ridda di pensieri affastellati, compressi ma chiarissimi, spesso irriferibili, spesso irriassumibili .
Riferisco e riassumo. Ci provo:
Nel luglio 1982, quando Paolo Rossi era più famoso di Gesù, e Nando Martellini suggellava in triplice copia l’avvenuta realizzazione di un sogno, io mi accingevo a compiere i miei primi 6 anni, forse, a ripensarci oggi, i più felici della mia vita.
Questo fa sì che la mia partecipazione, in quella notte di gioia e di esaltazione, fosse pari alla consapevolezza di vivere in un paese appena uscito da più di dieci anni di quasi guerra civile, cioè pressoché nulla.
Il che ha i suoi lati positivi, ad esempio rende meno dilaniante la presa di coscienza della possibilità di non vincere mai più un mondiale di calcio. Voglio dire, io si, c’ero, ma non ricordo quasi nulla, per cui oggi soffro meno di chi all’epoca aveva, chessò, quindici anni e da allora solo mazzate, gente per cui “l’urlo” non è di Munch, ma di Tardelli, gente che ancora si commuove a vedere Ciccio Graziani e che potrebbe non reggere nel trovarsi di fronte lui, nostro Pablito dei miracoli.
Ci sono, però, anche parecchi lati negativi.
Uno, il più terribile, è che io gli anni ottanta li ho vissuti di riflesso, perché ho compiuto i quattordici anni nel 1990 (c’è a chi è toccato Paolo Rossi, e a chi è toccato Totò Schillaci…), e il naso fuori da casa cominciavo a metterlo a quell’età, intendo cioè ad interessarmi di musica, moda, ragazze. Non era mica come oggi, che a otto anni sono tutti pettinati come Totti, hanno il consulente di immagine, tre telefonini e le bambine telefonano a Camilla a Loveline e stanno già pensando di rifarsi le tette.
Ha un senso tutto ciò?
Beh, si, ed è più o meno questo: che per anni ho vissuto nell’assoluta convinzione che, ad eccezione del calcio, gli anni ottanta fossero stati anni di plastica, inutili e dannosi, vuoti e dimenticabili.
Può avvenire ovunque e in ogni momento. A me non di rado capita mentre ascolto la musica. E se hai a disposizione un faro dove poter suonare i tuoi dischi a qualsiasi volume, nelle notti stellate così come in quelle burrascose, nei lunghi pomeriggi di pioggia o all’alba di un giorno d’estate, beh, diciamo che forse è più facile.
E’ un lampo, niente più di un attimo di lucidità assoluta, una ridda di pensieri affastellati, compressi ma chiarissimi, spesso irriferibili, spesso irriassumibili .
Riferisco e riassumo. Ci provo:
Nel luglio 1982, quando Paolo Rossi era più famoso di Gesù, e Nando Martellini suggellava in triplice copia l’avvenuta realizzazione di un sogno, io mi accingevo a compiere i miei primi 6 anni, forse, a ripensarci oggi, i più felici della mia vita.Questo fa sì che la mia partecipazione, in quella notte di gioia e di esaltazione, fosse pari alla consapevolezza di vivere in un paese appena uscito da più di dieci anni di quasi guerra civile, cioè pressoché nulla.
Il che ha i suoi lati positivi, ad esempio rende meno dilaniante la presa di coscienza della possibilità di non vincere mai più un mondiale di calcio. Voglio dire, io si, c’ero, ma non ricordo quasi nulla, per cui oggi soffro meno di chi all’epoca aveva, chessò, quindici anni e da allora solo mazzate, gente per cui “l’urlo” non è di Munch, ma di Tardelli, gente che ancora si commuove a vedere Ciccio Graziani e che potrebbe non reggere nel trovarsi di fronte lui, nostro Pablito dei miracoli.
Ci sono, però, anche parecchi lati negativi.
Uno, il più terribile, è che io gli anni ottanta li ho vissuti di riflesso, perché ho compiuto i quattordici anni nel 1990 (c’è a chi è toccato Paolo Rossi, e a chi è toccato Totò Schillaci…), e il naso fuori da casa cominciavo a metterlo a quell’età, intendo cioè ad interessarmi di musica, moda, ragazze. Non era mica come oggi, che a otto anni sono tutti pettinati come Totti, hanno il consulente di immagine, tre telefonini e le bambine telefonano a Camilla a Loveline e stanno già pensando di rifarsi le tette.
Ha un senso tutto ciò?
Beh, si, ed è più o meno questo: che per anni ho vissuto nell’assoluta convinzione che, ad eccezione del calcio, gli anni ottanta fossero stati anni di plastica, inutili e dannosi, vuoti e dimenticabili.
Il che, va detto, è in gran parte condivisibile, del resto basta passare in rassegna i vari ambiti socioculturali, facendo appello a quel bagaglio di cultura spiccia che più o meno tutti abbiamo, non foss’altro che per lo scatolotto televisivo, per rievocare alcuni fantasmi: Reagan, Bush, Craxi, Margareth Tatcher, Noriega, la guerra fredda, Rambo, Top Gun, lo Yuppiesmo, i paninari, le spalline, Ettore Andenna, Sbirulino, la morte del cinema italiano, la droga, l’AIDS, la mafia al potere, Andreotti, Berlusconi …
In gran parte d’accordo, quindi, ma il paradigma massimo, l’assunto perfetto e immutabile, instillato e nutrito da centinaia di pagine di riviste musicali più o meno autorevoli, è sempre stato uno e uno solo, e cioè che gli anni ottanta avessero prodotto solo musica di merda.
In gran parte d’accordo, quindi, ma il paradigma massimo, l’assunto perfetto e immutabile, instillato e nutrito da centinaia di pagine di riviste musicali più o meno autorevoli, è sempre stato uno e uno solo, e cioè che gli anni ottanta avessero prodotto solo musica di merda.
In verità, per arrivare a formulare siffatta affermazione, la strada è stata lunga e tortuosa.
La via dell’illuminazione non è un comodo viale alberato, e dunque non è per tutti, perché, e qui sta il fatto, questa non è l’ennesima rivalutazione d’accatto del trash pop da Festivalbar; non sto dicendo che Sandy Marton, Luis Miguel, Gazebo e Tracy Spencer fossero grandi musicisti, perché non è vero, anzi, come dicono a Londra, facevano schifo al cazzo.
Quello che sto dicendo è che gli eighties sono stati anni strapieni di musica fantastica ma, per la più parte, irrimediabilmente sotterranea, non commerciale e, vivaddio, alternativa (l’ho detto!).
In verità i miei sbiaditi ricordi fanciulleschi non facevano altro che confermare il teorema: ricordavo il vocione simpatico di Rick Astley, le spalline da Mazinga di Spagna, la temibile diatriba Spandau-Duran (anche se io, dimostrando una insospettabile predilezione per le atmosfere nordiche, preferivo gli Ah-Ah, o come cavolo si scrive), c’è da spostare una macchina, gimmie five, faccia da pirla, qualche gruppone finto metal con capelli dalle cotonature metafisiche (Europe, Poison, Bon
Jovi), l’odiatissima Madonna (Luis Veronica, intendo, prima che un fulmine mi incenerisca seduta stante).E rimane da dire di come l’ambiente nel quale sono cresciuto non fosse esattamente dei più propositivi: coacervo di stimoli cultural-musicali appiattiti non dico su Red Ronnie e Carlo Massarini (magari…) ma su Vittorio Salvetti (pace all’anima sua) Maurizio Seymandi e Claudio Cecchetto.
In famiglia, di musica ce n’era, tanti bei dischi dei 60-70, ma i miei sembrava che avessero smesso di comprarne in concomitanza con la mia nascita (e non voglio conoscere le implicazioni psicanalitiche di questa scelta, ho già troppi complessi): niente dopo il '75, così mi era preclusa qualsiasi via anche al punk, figuriamoci a tutte le varie filiazioni.
Non avendo fratelli maggiori, uno che fa, sperando di venire illuminato sulle meraviglie del mondo circostante si rivolge ai cugini, e di quelli ce n’erano in abbondanza.
Che dire, illuminazioni nessuna, a partire dalla fede.
Calcistica, intendo: 15 cugini, tutti interisti, io l’unico a preferire l’eleganza altezzosa di Platini all’esplosiva solidità di Rumenigge. Già ero visto come una mosca bianca; o una pecora nera; insomma un mostruoso ibrido, una mosca con la lana. Però bianconero.
Nemmeno con la musica le cose andavano meglio. Semmai ho rimediato qualche sano spavento e sviluppato una precoce antipatia per gli spagnoli. I primi per via di un mio cugino amante del metal, e dei suoi poster da cui i Kiss sputavano sangue e gli Wasp mangiavano carne (umana?) cruda, la seconda grazie ad un’altra cugina, oltre che vicina di casa, adusa ad ammorbare le mie giornate estive con i dischi di Miguel Bosè sparati a tutto volume, mentre tentava di farsi bella per uscire con il suo ragazzo (maglioncino sulle spalle, Golf Cabrio bianca, una specie di Ken, però sardo e alto uno e sessanta).
L’unica persona che mi andava a genio, malgrado fosse anche lui interista, era Ugo, il fidanzato storico della mia cugina più grande e bella (peraltro piuttosto odiosa e, in quanto sorcina cioè fan di Renato Zero, non molto interessante per i miei scopi eruditori). Ugo era gentile, simpatico, parlava di cose non banali e, cosa più importante, amava la musica. Purtroppo è uscito di scena prima che io potessi attingere avidamente alla sua collezione di dischi, per cui niente da fare.
Nemmeno con la musica le cose andavano meglio. Semmai ho rimediato qualche sano spavento e sviluppato una precoce antipatia per gli spagnoli. I primi per via di un mio cugino amante del metal, e dei suoi poster da cui i Kiss sputavano sangue e gli Wasp mangiavano carne (umana?) cruda, la seconda grazie ad un’altra cugina, oltre che vicina di casa, adusa ad ammorbare le mie giornate estive con i dischi di Miguel Bosè sparati a tutto volume, mentre tentava di farsi bella per uscire con il suo ragazzo (maglioncino sulle spalle, Golf Cabrio bianca, una specie di Ken, però sardo e alto uno e sessanta).
L’unica persona che mi andava a genio, malgrado fosse anche lui interista, era Ugo, il fidanzato storico della mia cugina più grande e bella (peraltro piuttosto odiosa e, in quanto sorcina cioè fan di Renato Zero, non molto interessante per i miei scopi eruditori). Ugo era gentile, simpatico, parlava di cose non banali e, cosa più importante, amava la musica. Purtroppo è uscito di scena prima che io potessi attingere avidamente alla sua collezione di dischi, per cui niente da fare.
Insomma: Ho fatto tutto da solo, ho fatto molta fatica, ho dovuto vincere pregiudizi, scavare nel torbido, studiare, riconquistare una certa verginità nell’approccio all’ascolto, mi sono cosparso il capo di cenere ma alla fine ho vinto.
E qui sta il secondo punto, cioè che, come spesso mi capita, mi trovo a vivere in ritardo, rincorrere il passato conscio dell’impossibilità di viverlo appieno.
Cercare, scavare, non fermarsi alla facciata, è una bella cosa o una brutta malattia? A che pro, se non puoi, non sai e forse nemmeno vuoi condividerla con altri?
E poi, non sarebbe più sensato cercare di vivere appieno il proprio presente, per non avere più rimpianti?
Una cosa esclude l’altra? Non so. Non credo.
E intanto torno ad ascoltare gli Smiths. ‘fanculo.

Etichette: pop kills your soul

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