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venerdì, novembre 10, 2006
Scaruffi (un losco figuro su cui un giorno o l’altro mi dovro’ dilungare), Vasco, Mario Luzzato Fegiz, Mollica, San Remo, gli stronzi delle suonerie? Sebbene nutra un fastidio epidermico per il Vasco nazionale e consideri Scaruffi un cialtrone, è INDUBBIAMENTE più dannoso MLF (e ci metterei anche Mollicone) che disinforma su vasta scala, su base quotidiana scrivendo stronzate, inesattezze, pressapochismi e vere e proprie menzogne pressoché su tutto. Che poi la tv generalista ci mette del suo e in questo NULLA batte Costume y società del Tg2.Oggi, servizio sul dilagante ritorno degli anni Ottanta nella moda (servizio, peraltro, già mandato in onda qualche mese fa, solo all'interno del Tg). Ora, a parte il fatto che gli anni Ottanta son durati, abbastanza ovviamente, dieci anni e che quello che si portava nel 1981 non è quello che si portava (ascoltava, pettinava) nel 1989, due peerle sono state fantastiche.Inquadratura sui Duran Duran e stacco sui Righeira, voce della giornalista (in un sussulto di tautologia assoluta, ovvero affermare una cosa e smentirla con l'arma della smentita): "Considerati un periodo buio per la musica, gli anni Ottanta con quelle sonorità un po' country, un po' new wave, riservano, invece, più di una sorpresa".Non commento. Commento invece il passaggio successivo: inquadratura su Glenn Frey che canta Hotel California (classico inno anni Ottanta), voce fuori campo: "E chi furoreggiava in quegli anni, come gli Eagles, si sta apprestando a tornare". Ora, a parte che gli Eagles hanno inciso l'ultimo disco nel 1979, che il loro brano più celebre è di 10 anni prima, che si sono riuniti da dieci anni e il fatto che (per fortuna) non siano ancora riusciti a pubblicare un disco di nuovo materiale nulla toglie al fatto che siano una band viva e vegeta(le)...Ma dico: fai un servizio del genere sul calcio, dì "Quando Platini guidò l'Inter allo scudetto nel 1980. Il campione belga adesso si appresta a rivestire un ruolo di prestigio nel calcio". Dillo PUTTANA e vedi che accade.Nella musica no, vale tutto. Fanculo. Fanculo. Etichette: pop kills your soul

La cosa che mi fa più incazzare è che, pur non avendo mai comprato un suo album, conosco tutte (I mean: tutte) le canzoni di Vasco. Non c'è verso: andavo a studiare a casa dei miei compagni e in sottofondo c'era Vasco, frequenti una ragazza e lei ascolta sempre Vasco (e ti chiede se la porti al concerto di Vasco), fai zapping radiofonico e capiti su un pezzo di Vasco, fai zapping televisivo e capiti su un pezzo di Vasco, vai in un locale e suonano un pezzo di Vasco, se c'è musica diffusa passano un pezzo di Vasco, i miei colleghi ascoltano Vasco, sali sulla macchina di un amico e ha una cassetta di Vasco (in genere registrata alla cazzo da vinile grattugiato dai troppi ascolti quasi completamente smagnetizzata) e tu sei l'unico a non cantare le canzoni di Vasco in coro al contrario di tutti gli altri passeggeri dell'auto.Per curiosità ho dato una scorsa a una discografia e mi sono reso conto che non c'è una singola canzone di Vasco che non abbia sentito almeno una volta. Eporcocazzo! L'insostenibile decalogo del vascomane (cioè, credo, di circa 30 milioni di italiani)1) I testi di Vasco sono bellissimi (con perle tipo "sembra che mi conosca") 2) Maurizio Solieri è il più grande chitarrista del quadrante Alfa dell'universo 3) Il più bel disco di sempre è un disco di Vasco 4) Il più bel disco di Vasco è un disco qualsiasi di Vasco 5) Vasco non è vero che è/era un drogato (detto soprattutto da chi sputa sui tossici e vede in loro una terribile minaccia sociale senza nessuna pietà) 6) Vasco è il più grande animale da palcoscenico del quadrante Alfa (corollario: "cioè, chi è capace di riempire San Siro così, dai") 7) Il più bel concerto della storia è tutti i concerti di Vasco 8) Vasco mi piace perché è l'unico che è sincero 9) Vasco è bello (lo riscrivo: Vasco è bello. I mean: fisicamente...) 10) Generale l'ha scritta Vasco Aggiungo che Vasco è uno dei concorrenti principali all'immiserimento culturale del nostro simpatico paese.Voglio sottolineare che la simpatia insita nell'ironico verso "è andata a casa con il negro la troia" testimonia che siamo tutti razzisti e sessisti, in fondo in fondo, perché non conosco nessuno che si sia scandalizzato per questa cosa perché se non ci si ride sopra non si è capita la poesia di Vasco. Allo stesso modo uno che canta shalalalalalalà fammi godere NON È, come si potrebbe banalmente pensare, un coglione, bensì un raro spaccato di poesia metropolitana contemporanea.Vasco è una trasgressione, evidentemente, comodissima, all'Italiana. Dà un'immagine del rock che svilisce il rock stesso. Dà un'immagine della trasgressione che fa sembrare l'opposizione al sistema una ragazzata che dopo passa, una stronzata inutile, una malattia infantile come il morbillo o la pertosse.Vasco è, contemporaneamente, il male, il peggio e pure qualche gradino più sotto.Poi, mi rivolgo a chi ha meno di 25 anni, non so voi, ma, personalmente, vedere un adulto responsabile conciato così, parodia del rocker, di se stesso e anche di essere umano, è assolutamente deprimente. Ozzy è un mylord al confronto, Iggy un allievo di Byron Poi mi dicono: Guarda che Vasco, all’inizio, era l’unico in Italia a parlare di certe cose, a fare rock, a trattare certi temi… solo perchè tu nell'81 non ti facevi le pere, non avevi gli stivaletti scamosciati, la Diane con l'adesivo dei due frikkettoni con scritto "siamo fatti" e non andavi al ballare alla Mecca (locale in provincia di forlì) la musica afro messa su da dj con nomi come TBC, Spranga, l'ebreo e mozart (?!) Scusate, seriamente.Che all'inizio Vasco fosse più "serio" di quanto non sia diventato te ve do tutto l'atto che volete. Però anche I fichissimi è lo spaccato di un'epoca e questo non ne fa un grande film. Era la colonna sonora orribile di un periodo orribile: no, io non salvo nulla, neanche le prime cose, non salvo il personaggio, sculo il musicista (che tanto non è), disprezzo il cantante (che tanto non è), salvo... salvo solo un pezzo, che è Jenny è pazza, e perché lo salvo?... Non lo so, ma tant’è. Etichette: pop kills your soul, unchained

martedì, febbraio 28, 2006
L’altro giorno me ne stavo lì seduto su uno scoglio, imbacuccato in una coperta, ascoltando Fabrizio De Andrè e pensando a i piatti rotti. Nella vita reale marito e moglie si lasciano (incompatibilità? Un'altra donna? Un altro uomo? Un cavallo? Noia? Come un vuoto di senso? Tutto può essere...). Scazzi, insulti, piatti rotti, carte bollate, soldi e finisce lì, tra una domenica con la bambina e un assegno in ritardo. Se sei la moglie di un cantautore (o il marito di una cantautrice), invece, allora c’è la possibilità che tu non abbia scampo, e le cose potrebbero mettersi molto male, per te. Perché lui, il tempo di metabolizzare, diciamo sei mesi, e ci fa una canzone. E non ha peli sulla lingua perché, tanto, non ha niente da perdere. Ora che la incide, ora che viene pubblicata, ora che diventa famosa passano, diciamo, due anni dalla separazione. Due anni sono un periodo ragionevole perché tu, nel frattempo possa ricominciare una vita tua, nuova, magari accanto a qualcun altro, ed ecco che all’improvviso esce quella canzone e tutti, amici, parenti, conoscenti, pure qualche passante, sanno benissimo che quella (o quello) sei tu. Una cosa intima e personalissima adesso fa bella mostra di sé tra i versi spietati di lui, e sai benissimo che tutti i suoi fan sono dalla sua parte, lo capiscono; cazzo, cantano ai concerti la fine del vostro amore, migliaia di persone che ti danno gratuitamente della puttana! Poi lui, che è artista e piace ai giovani, si mette con una che ha un paio d'anni in meno di vostra figlia e ne canta le doti erotiche... Insomma non è facile essere “ex” di qualche cantautore, soprattutto se questi è uno davvero bravo (come cantautore, almeno). A questo pensavo, l’altro giorno, mentre ascoltavo questa canzone di De Andrè. A questo e a quello che deve aver provato la sua ex moglie Puny. Quando in anticipo sul tuo stuporeverranno a chiederti del nostro amore a quella gente consumata nel farsi dar retta un amore così lungo tu non darglielo in fretta non spalancare le labbra ad un ingorgo di parole le tue labbra così frenate nelle fantasie dell'amore dopo l'amore così sicure a rifugiarsi nei "sempre" nell'ipocrisia dei "mai" non sono riuscito a cambiarti non mi hai cambiato lo sai. E dietro ai microfoni porteranno uno specchio per farti più bella e pensarmi già vecchio tu regalagli un trucco che con me non portavi e loro si stupiranno che tu non mi bastavi, digli pure che il potere io l'ho scagliato dalle mani dove l'amore non era adulto e ti lasciavo graffi sui seni per ritornare dopo l'amore alle carenze dell'amore era facile ormai non sei riuscita a cambiarmi non ti ho cambiata lo sai. Digli che i tuoi occhi me li han ridati sempre come fiori regalati a maggio e restituiti in novembre i tuoi occhi come vuoti a rendere per chi ti ha dato lavoro i tuoi occhi assunti da tre anni i tuoi occhi per loro, ormai buoni per setacciare spiagge con la scusa del corallo o per buttarsi in un cinema con una pietra al collo e troppo stanchi per non vergognarsi di confessarlo nei miei proprio identici ai tuoi sono riusciti a cambiarci ci son riusciti lo sai. Ma senza che gli altri non ne sappiano niente dimmi senza un programma dimmi come ci si sente continuerai ad ammirarti tanto da volerti portare al dito farai l'amore per amore o per avercelo garantito, andrai a vivere con Alice che si fa il whisky distillando fiori o con un Casanova che ti promette di presentarti ai genitori o resterai più semplicemente dove un attimo vale un altro senza chiederti come mai, continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai. Etichette: Hang the deejay, L'isola, pop kills your soul

venerdì, febbraio 17, 2006
Ho trovato un tesoro. Un ripostiglio, a cui si accede tramite una porticina, sotto la scala che porta in cima al faro. Piccola, la porta, troppo bassa perché potesse essere comoda per un adulto. Quello era il nascondiglio di un bambino. Dentro mille cose, non so ancora bene quali e quante, perché mi sono fermato davanti alla prima che ha attirato la mia attenzione. Una maglia, logora e sporca, bianca e nera. Col numero 10 sulle spalle. Ora so perché non dovrei essere juventino, so perché non è giusto esserlo. Ora vorrei potermi fregiare di un cuore granata, di un orgoglio viola, di cieca fede giallorossa, perfino di una scanzonata sampdorianità. Il punto, però, e proprio quello: lo so ora. E ora è decisamente, irrimediabilmente, definitivamente tardi. Eh, si, perché quando ti scegli la squadra del cuore, non stai tanto li a guardare il potere dei padroni o la lotta di classe, e nemmeno lo spirito combattivo, l’ardore agonistico o la tradizione; direi che nemmeno il bel gioco o i risultati sono le variabili principali, quando scegli la tua squadra del cuore. Nella maggior parte dei casi, a condizionare la scelta è l’ambiente, la tradizione familiare: il babbo che ti porta allo stadio riempiendoti la testa coi suoi teoremi della cui esattezza finisci ben presto per convincerti (salvo poi scoprire a tue spese, a sedici anni, che sulla regola dei gol in trasferta non ci aveva capito un cazzo), il fratello maggiore che ti straccia i maroni con l’inno dell’inter e ogni volta che giocate in salotto con la pallina di spugna, ti umilia e va ad esultare sotto la curva con la maglia di Matthaus, lo zio che cerca di corromperti e ti regala bandieroni del Milan e il berretto con le treccine di Gullit, insomma cose così. E qui la strada è già segnata, il solco è lì, pronto da seguire, pochi sforzi di fantasia, poche le possibilità di una deviazione che, quando c’è, è doppiamente eclatante e sottende spesso un desiderio di ribellione alle convezioni della società patriarcale, ma, a onor del vero, di codesti splendidi rivoluzionari ne ho visti pochi. E poi c’è il secondo caso, nel quale ricado anch’io: famiglia fondamentalmente agnostica, ad esclusione di una debolezza giovanile di mia mamma per Albertosi e una più che sospetta simpatia granata che mio padre ha rispolverato però solo in anni recenti. Fratelli maggiori, nessuno. Eccomi allora, splendido seienne, forte di una totale verginità calcistica, dovermi trovare ad operare una scelta, senza bussola, senza punti di riferimento sicuri. Un po’ come per il primo fumetto: sei lì, in edicola, davanti a tutti quei giornaletti e devi sceglierne solo uno, ma non sai leggere, e non conosci nessuno di quei supereroi, per cui che fai? Ti lasci affascinare, guidare da un’attrazione del tutto irrazionale; Thor, Capitan America, Superman o Provolino, in quel momento nulla conta, se non quello che senti qui, in un punto imprecisato tra stomaco e cervello, qualcosa che ti fa dire: ma si, scelgo quello. E io mi sono lasciato affascinare. Non dall’inter, squadra per la quale facevano il tifo tutti i miei cugini, ma da cui non mi sentivo per nulla attratto: Rumenigge, troppo teutonico, forte, biondo, per nulla divertente; Altobelli, troppo brutto, antipatico, interista. Non dal Milan, che mi sembrava una squadra triste, grigia, distante, incapace di accendere la benchè minima passione. Dei giocatori, passi per Hateley, simpatico centravanti capellone, ma Wilkins, pelato e grassottello, ordinato e ordinario, incarnava magistralmente il grigiore generale. Non dalla Fiorentina, dal Torino, la Roma, la Samp o il Napoli. Tutte avrebbero avuto qualcosa per me, ma erano squadre poco visibili, per forza di cose, a queste latitudini, e oggi invidio moltissimo chi ha avuto la fortuna di innamorarsene. Rimasi folgorato da un uomo normale, dal sorriso furbo e simpatico, senza le cosce spaventose di Rumenigge, o l’elevazione di Hateley, non il “panzer”, o “Attila”, semplicemente “il re”. Un uomo magro, ricciolino, calzettoni abbassati e maglia fuori dai calzoncini. La maglia, incidentalmente, era a striscie verticali bianche e nere, la numero 10. Fu grazie a lui che presi la decisione, lui e nessun’altro; un bambino affascinato da un pallone e dal suo re. Ecco perché non posso, oggi come allora juventino senza motivo di esserlo, tornare indietro e cambiare le cose. Per non tradire quel bambino, i suoi sogni, la sua innocenza, la sua cieca fiducia nel mondo. Non avrei il coraggio di dirgli che si sbagliava.  Etichette: L'isola, pop kills your soul

giovedì, febbraio 16, 2006
Ogni tanto guardo la tv. Sempre meno, e con sempre minore curiosità. Qui ho trovato un vecchio televisore, a colori ma senza telecomando, per cui niente zapping. Ogni tanto l’immagine traballa, ogni tanto lo schermo è attraversato da una linea bianca, ogni tanto non piglia proprio niente. Comunque, ieri sera ho guardato, a spizzichi e bocconi, Mona Lisa Smile, ovvero: “Prendo l’Attimo Fuggente, ribalto tutta la situazione al femminile, ci metto qualche promettente attrice giovane, una superstar, ed ecco fatto il nuovo film culto delle ragazzine romantiche”.Qualcosa è evidentemente andato storto: Primo: la storia, i personaggi, lo sviluppo, il senso stesso del film sono davvero troppo simili a quelli dell’Attimo Fuggente, il che lo rende quasi un remake, ma infinitamente più retorico, del quale non si intuisce la necessità. Secondo: il finale è moscio, tirato via. Il film cresce bene, si sviluppa in modo intrigante, e poi si spegne di colpo, proprio quando sarebbe stato giusto affondare la mano, scavare in profondità, far mettere a nudo il dramma. Il terzo punto nace dalla considerazione che i grandi registi, oggi, sono pochi, ed è così riassumibile: Peter Weir è un grande regista. Mike Newell no. Tutto questo a meno che durante il gol di Perrotta e successivi tre minuti di Bruges - Roma non mi sia perso la sconvolgente scena madre, ma dubito. Peccato perchè c’erano i presupposti per un film discreto, a partire da alcuni interessanti spunti di critica sociale, dall’eleganza formale di Newell per finire con un cast azzeccato, tante brave attrici non troppo famose, per non dare fastidio alla diva più pagata del cinema, Julia Roberts, che a me continua a sembrare la “rana dalla bocca larga”. Non voglio fare il saccente o lo sborone, perché non sono un esperto e vado a sensazioni, ma qui son da solo e se mi viene voglia di parlare, di dire qualcosa, parlo e la dico. Insomma, voglio dire che ci sono rimasto male. Che diamine, una volta che un film riesce a distogliermi da una partita di coppa Uefa, che riesce quasi ad appassionarmi, poi si sgonfia in quel modo loffio. E non si fa così, dai! Che poi, a me, Newell sta pure simpatico, “Quattro matrimoni e un funerale” è un film che adoro, “Ballando con uno sconosciuto” pure e “Donnie Brasco” una pellicola solidissima (ma soprattuuto grazie a Pacino e Depp), solo che questo non è proprio il suo genere, non è la sua tazza di tè. (anche se mi sa che sono il solo a pensarla così, perché gli hanno affidato anche un Harry Potter) Per cui Mike, una preghiera: torna a Londra e comincia a girare “Quattro matrimoni e un funerale 2”, in cui Hugh Grant si accorge che la McDowell non è altro che una troia, quindi per tutto il film tenta di ucciderla goffamente, con repertorio di facce buffe e aria da pesce lesso che gli vengono tanto bene, e infine la affoga nella vasca e si sposa con la sua amica, quella da sempre innamorata di lui, che poi è pure ricca… Ah, dimenticavo, due cose belle le ho viste: Tori Amos in veste di cantante da matrimonio, e un Pollock gigantesco, grumoso, bellissimo. -lavender-mist.jpg) Etichette: pop kills your soul

mercoledì, febbraio 15, 2006
Ci sono giorni in cui capita di avere l’illuminazione. Può avvenire ovunque e in ogni momento. A me non di rado capita mentre ascolto la musica. E se hai a disposizione un faro dove poter suonare i tuoi dischi a qualsiasi volume, nelle notti stellate così come in quelle burrascose, nei lunghi pomeriggi di pioggia o all’alba di un giorno d’estate, beh, diciamo che forse è più facile. E’ un lampo, niente più di un attimo di lucidità assoluta, una ridda di pensieri affastellati, compressi ma chiarissimi, spesso irriferibili, spesso irriassumibili . Riferisco e riassumo. Ci provo:  Nel luglio 1982, quando Paolo Rossi era più famoso di Gesù, e Nando Martellini suggellava in triplice copia l’avvenuta realizzazione di un sogno, io mi accingevo a compiere i miei primi 6 anni, forse, a ripensarci oggi, i più felici della mia vita. Questo fa sì che la mia partecipazione, in quella notte di gioia e di esaltazione, fosse pari alla consapevolezza di vivere in un paese appena uscito da più di dieci anni di quasi guerra civile, cioè pressoché nulla. Il che ha i suoi lati positivi, ad esempio rende meno dilaniante la presa di coscienza della possibilità di non vincere mai più un mondiale di calcio. Voglio dire, io si, c’ero, ma non ricordo quasi nulla, per cui oggi soffro meno di chi all’epoca aveva, chessò, quindici anni e da allora solo mazzate, gente per cui “l’urlo” non è di Munch, ma di Tardelli, gente che ancora si commuove a vedere Ciccio Graziani e che potrebbe non reggere nel trovarsi di fronte lui, nostro Pablito dei miracoli. Ci sono, però, anche parecchi lati negativi. Uno, il più terribile, è che io gli anni ottanta li ho vissuti di riflesso, perché ho compiuto i quattordici anni nel 1990 (c’è a chi è toccato Paolo Rossi, e a chi è toccato Totò Schillaci…), e il naso fuori da casa cominciavo a metterlo a quell’età, intendo cioè ad interessarmi di musica, moda, ragazze. Non era mica come oggi, che a otto anni sono tutti pettinati come Totti, hanno il consulente di immagine, tre telefonini e le bambine telefonano a Camilla a Loveline e stanno già pensando di rifarsi le tette. Ha un senso tutto ciò? Beh, si, ed è più o meno questo: che per anni ho vissuto nell’assoluta convinzione che, ad eccezione del calcio, gli anni ottanta fossero stati anni di plastica, inutili e dannosi, vuoti e dimenticabili. Il che, va detto, è in gran parte condivisibile, del resto basta passare in rassegna i vari ambiti socioculturali, facendo appello a quel bagaglio di cultura spiccia che più o meno tutti abbiamo, non foss’altro che per lo scatolotto televisivo, per rievocare alcuni fantasmi: Reagan, Bush, Craxi, Margareth Tatcher, Noriega, la guerra fredda, Rambo, Top Gun, lo Yuppiesmo, i paninari, le spalline, Ettore Andenna, Sbirulino, la morte del cinema italiano, la droga, l’AIDS, la mafia al potere, Andreotti, Berlusconi … In gran parte d’accordo, quindi, ma il paradigma massimo, l’assunto perfetto e immutabile, instillato e nutrito da centinaia di pagine di riviste musicali più o meno autorevoli, è sempre stato uno e uno solo, e cioè che gli anni ottanta avessero prodotto solo musica di merda.
Beh, oggi posso dirlo con orgoglio babbuinesco: NON E’ VERO! In verità, per arrivare a formulare siffatta affermazione, la strada è stata lunga e tortuosa.
La via dell’illuminazione non è un comodo viale alberato, e dunque non è per tutti, perché, e qui sta il fatto, questa non è l’ennesima rivalutazione d’accatto del trash pop da Festivalbar; non sto dicendo che Sandy Marton, Luis Miguel, Gazebo e Tracy Spencer fossero grandi musicisti, perché non è vero, anzi, come dicono a Londra, facevano schifo al cazzo. Quello che sto dicendo è che gli eighties sono stati anni strapieni di musica fantastica ma, per la più parte, irrimediabilmente sotterranea, non commerciale e, vivaddio, alternativa (l’ho detto!). In verità i miei sbiaditi ricordi fanciulleschi non facevano altro che confermare il teorema: ricordavo il vocione simpatico di Rick Astley, le spalline da Mazinga di Spagna, la temibile diatriba Spandau-Duran (anche se io, dimostrando una insospettabile predilezione per le atmosfere nordiche, preferivo gli Ah-Ah, o come cavolo si scrive), c’è da spostare una macchina, gimmie five, faccia da pirla, qualche gruppone finto metal con capelli dalle cotonature metafisiche (Europe, Poison, Bon  Jovi), l’odiatissima Madonna (Luis Veronica, intendo, prima che un fulmine mi incenerisca seduta stante). E rimane da dire di come l’ambiente nel quale sono cresciuto non fosse esattamente dei più propositivi: coacervo di stimoli cultural-musicali appiattiti non dico su Red Ronnie e Carlo Massarini (magari…) ma su Vittorio Salvetti (pace all’anima sua) Maurizio Seymandi e Claudio Cecchetto. In famiglia, di musica ce n’era, tanti bei dischi dei 60-70, ma i miei sembrava che avessero smesso di comprarne in concomitanza con la mia nascita (e non voglio conoscere le implicazioni psicanalitiche di questa scelta, ho già troppi complessi): niente dopo il '75, così mi era preclusa qualsiasi via anche al punk, figuriamoci a tutte le varie filiazioni. Non avendo fratelli maggiori, uno che fa, sperando di venire illuminato sulle meraviglie del mondo circostante si rivolge ai cugini, e di quelli ce n’erano in abbondanza. Che dire, illuminazioni nessuna, a partire dalla fede. Calcistica, intendo: 15 cugini, tutti interisti, io l’unico a preferire l’eleganza altezzosa di Platini all’esplosiva solidità di Rumenigge. Già ero visto come una mosca bianca; o una pecora nera; insomma un mostruoso ibrido, una mosca con la lana. Però bianconero. Nemmeno con la musica le cose andavano meglio. Semmai ho rimediato qualche sano spavento e sviluppato una precoce antipatia per gli spagnoli. I primi per via di un mio cugino amante del metal, e dei suoi poster da cui i Kiss sputavano sangue e gli Wasp mangiavano carne (umana?) cruda, la seconda grazie ad un’altra cugina, oltre che vicina di casa, adusa ad ammorbare le mie giornate estive con i dischi di Miguel Bosè sparati a tutto volume, mentre tentava di farsi bella per uscire con il suo ragazzo (maglioncino sulle spalle, Golf Cabrio bianca, una specie di Ken, però sardo e alto uno e sessanta). L’unica persona che mi andava a genio, malgrado fosse anche lui interista, era Ugo, il fidanzato storico della mia cugina più grande e bella (peraltro piuttosto odiosa e, in quanto sorcina cioè fan di Renato Zero, non molto interessante per i miei scopi eruditori). Ugo era gentile, simpatico, parlava di cose non banali e, cosa più importante, amava la musica. Purtroppo è uscito di scena prima che io potessi attingere avidamente alla sua collezione di dischi, per cui niente da fare. Insomma: Ho fatto tutto da solo, ho fatto molta fatica, ho dovuto vincere pregiudizi, scavare nel torbido, studiare, riconquistare una certa verginità nell’approccio all’ascolto, mi sono cosparso il capo di cenere ma alla fine ho vinto. E qui sta il secondo punto, cioè che, come spesso mi capita, mi trovo a vivere in ritardo, rincorrere il passato conscio dell’impossibilità di viverlo appieno. Cercare, scavare, non fermarsi alla facciata, è una bella cosa o una brutta malattia? A che pro, se non puoi, non sai e forse nemmeno vuoi condividerla con altri? E poi, non sarebbe più sensato cercare di vivere appieno il proprio presente, per non avere più rimpianti? Una cosa esclude l’altra? Non so. Non credo.
E intanto torno ad ascoltare gli Smiths. ‘fanculo. Etichette: pop kills your soul

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