<body><script type="text/javascript"> function setAttributeOnload(object, attribute, val) { if(window.addEventListener) { window.addEventListener('load', function(){ object[attribute] = val; }, false); } else { window.attachEvent('onload', function(){ object[attribute] = val; }); } } </script> <div id="navbar-iframe-container"></div> <script type="text/javascript" src="https://apis.google.com/js/platform.js"></script> <script type="text/javascript"> gapi.load("gapi.iframes:gapi.iframes.style.bubble", function() { if (gapi.iframes && gapi.iframes.getContext) { gapi.iframes.getContext().openChild({ url: 'https://www.blogger.com/navbar/16401382?origin\x3dhttp://isoladiniente.blogspot.com', where: document.getElementById("navbar-iframe-container"), id: "navbar-iframe" }); } }); </script>

L'isola di niente...

L'isola di niente è quella che hai trovato per caso, un giorno in cui non avevi nulla da fare. E' quel posto che ti fa sentire bene perchè lo senti solo tuo, in cui non c'è niente da vedere ma da cui tu puoi vedere tutto.
 

Il re e il bambino

Ho trovato un tesoro.
Un ripostiglio, a cui si accede tramite una porticina, sotto la scala che porta in cima al faro.
Piccola, la porta, troppo bassa perché potesse essere comoda per un adulto.
Quello era il nascondiglio di un bambino.
Dentro mille cose, non so ancora bene quali e quante, perché mi sono fermato davanti alla prima che ha attirato la mia attenzione.
Una maglia, logora e sporca, bianca e nera.
Col numero 10 sulle spalle.

Ora so perché non dovrei essere juventino, so perché non è giusto esserlo.
Ora vorrei potermi fregiare di un cuore granata, di un orgoglio viola, di cieca fede giallorossa, perfino di una scanzonata sampdorianità.
Il punto, però, e proprio quello: lo so ora.
E ora è decisamente, irrimediabilmente, definitivamente tardi.
Eh, si, perché quando ti scegli la squadra del cuore, non stai tanto li a guardare il potere dei padroni o la lotta di classe, e nemmeno lo spirito combattivo, l’ardore agonistico o la tradizione; direi che nemmeno il bel gioco o i risultati sono le variabili principali, quando scegli la tua squadra del cuore.
Nella maggior parte dei casi, a condizionare la scelta è l’ambiente, la tradizione familiare: il babbo che ti porta allo stadio riempiendoti la testa coi suoi teoremi della cui esattezza finisci ben presto per convincerti (salvo poi scoprire a tue spese, a sedici anni, che sulla regola dei gol in trasferta non ci aveva capito un cazzo), il fratello maggiore che ti straccia i maroni con l’inno dell’inter e ogni volta che giocate in salotto con la pallina di spugna, ti umilia e va ad esultare sotto la curva con la maglia di Matthaus, lo zio che cerca di corromperti e ti regala bandieroni del Milan e il berretto con le treccine di Gullit, insomma cose così. E qui la strada è già segnata, il solco è lì, pronto da seguire, pochi sforzi di fantasia, poche le possibilità di una deviazione che, quando c’è, è doppiamente eclatante e sottende spesso un desiderio di ribellione alle convezioni della società patriarcale, ma, a onor del vero, di codesti splendidi rivoluzionari ne ho visti pochi.
E poi c’è il secondo caso, nel quale ricado anch’io: famiglia fondamentalmente agnostica, ad esclusione di una debolezza giovanile di mia mamma per Albertosi e una più che sospetta simpatia granata che mio padre ha rispolverato però solo in anni recenti. Fratelli maggiori, nessuno.
Eccomi allora, splendido seienne, forte di una totale verginità calcistica, dovermi trovare ad operare una scelta, senza bussola, senza punti di riferimento sicuri. Un po’ come per il primo fumetto: sei lì, in edicola, davanti a tutti quei giornaletti e devi sceglierne solo uno, ma non sai leggere, e non conosci nessuno di quei supereroi, per cui che fai? Ti lasci affascinare, guidare da un’attrazione del tutto irrazionale; Thor, Capitan America, Superman o Provolino, in quel momento nulla conta, se non quello che senti qui, in un punto imprecisato tra stomaco e cervello, qualcosa che ti fa dire: ma si, scelgo quello.
E io mi sono lasciato affascinare.
Non dall’inter, squadra per la quale facevano il tifo tutti i miei cugini, ma da cui non mi sentivo per nulla attratto: Rumenigge, troppo teutonico, forte, biondo, per nulla divertente; Altobelli, troppo brutto, antipatico, interista.
Non dal Milan, che mi sembrava una squadra triste, grigia, distante, incapace di accendere la benchè minima passione. Dei giocatori, passi per Hateley, simpatico centravanti capellone, ma Wilkins, pelato e grassottello, ordinato e ordinario, incarnava magistralmente il grigiore generale.
Non dalla Fiorentina, dal Torino, la Roma, la Samp o il Napoli. Tutte avrebbero avuto qualcosa per me, ma erano squadre poco visibili, per forza di cose, a queste latitudini, e oggi invidio moltissimo chi ha avuto la fortuna di innamorarsene.
Rimasi folgorato da un uomo normale, dal sorriso furbo e simpatico, senza le cosce spaventose di Rumenigge, o l’elevazione di Hateley, non il “panzer”, o “Attila”, semplicemente “il re”.
Un uomo magro, ricciolino, calzettoni abbassati e maglia fuori dai calzoncini. La maglia, incidentalmente, era a striscie verticali bianche e nere, la numero 10.
Fu grazie a lui che presi la decisione, lui e nessun’altro; un bambino affascinato da un pallone e dal suo re.
Ecco perché non posso, oggi come allora juventino senza motivo di esserlo, tornare indietro e cambiare le cose.
Per non tradire quel bambino, i suoi sogni, la sua innocenza, la sua cieca fiducia nel mondo.
Non avrei il coraggio di dirgli che si sbagliava.

Etichette: ,

« Home | Next »
| Next »
| Next »
| Next »
| Next »
| Next »
| Next »
| Next »
| Next »
| Next »

» Posta un commento
 
   





© 2006 L'isola di niente... | Blogger Templates by Gecko & Fly.
No part of the content or the blog may be reproduced without prior written permission.
Learn how to Make Money Online at GeckoandFly