Perline, ovvero: ogni uomo è una collana - 3

Giorgio Gaber è lo zio che avrei tanto voluto avere.
Giorgio Gaber è una persona di cui condivido quasi ogni parola, ogni gesto, ogni espressione.
Giorgio Gaber è il mio più grande rimpianto, come e più di De Andrè.
Il rimpianto di non averlo scoperto per tempo, per non essermi innamorato di lui quando era possibile vederlo, incontrarlo, assaporarne le rughe e le parole.
Quando era vivo.
Da giovane era più famoso di Celentano, era il contraltare maschile di Mina, era ironico, simpatico, spassoso, persino affascinante, anche se non bello. Era l’uomo del Sabato sera, quello di tutti gli italiani, quello di Goganga, Barbera e Champagne, Non arrossire, Torpedo Blu.
Poi qualcosa è cambiato. Il teatro e la canzone che si mescolano e creano un genere, le porte della tv che si stringono fino a chiudersi, l’impegno politico sempre più presente, evidente, militante, e poi la disillusione via via sempre più forte, cosmica, apocalittica, distruttiva.
La solitudine per scelta e per forza, lui che ha attaccato e criticato tutti, a destra e a sinistra, e che tutti hanno criticato e infine isolato.
Lui che scrive la più devastante invettiva della storia della musica italiana, quella “Io se fossi Dio” che nessuno vuole pubblicare, da cui tutti si dissociano, che è blasfema e non lascia in pace neppure i morti.
Lui, impossibile da accettare così com’è.
Lui che deve aver sofferto come un cane nel vedere la moglie candidarsi per Forza Italia, lui sempre tremendamente dignitoso, che aveva scelto di non votare ma che era sempre, geneticamente, un uomo di sinistra.
Lui che si ammala e, d’un tratto, invecchia di mille anni, lui che era invecchiato subito, a trent’anni, e pareva sarebbe rimasto così per sempre.
Lui che non ha mai perso la capacità di indignarsi, che ha fatto due dischi uno via l’altro, dopo anni di silenzio, per dire ancora una volta la sua.
Lui che aveva capito di essere giunto alla fine.
Lui con due occhi dolcissimi, comprensivi, da nonno.
Lui, un uomo vecchio, che canta seduto e sorridente, pacificato mai, rasserenato forse.
Lui che ha fatto del gesto una parte inscindibile della parola, lui che sul palco trasfigurava, si incazzava, si commuoveva.
“La vecchiezza è una Roma, senza burle e senza ciance, che non prove richiede
all’attore, ma una vera ed autentica rovina”Andrea Pazienza
Etichette: perline

» Posta un commento