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L'isola di niente...

L'isola di niente è quella che hai trovato per caso, un giorno in cui non avevi nulla da fare. E' quel posto che ti fa sentire bene perchè lo senti solo tuo, in cui non c'è niente da vedere ma da cui tu puoi vedere tutto.
 

Concretezza!

venerdì, ottobre 21, 2005

Basta lamentarsi, per Dio!
Basta giustificarsi e prendersela con il tempo che si è fermato, senza accorgersi che il tuo tè fa schifo.
Cose concrete, ci vogliono cose concrete:
- Primo: spedirò una copia dei ringraziamenti della mia tesi a tutte le persone che ho citato, spiegando perchè ci sono finiti dentro, e perchè mai non l’ho fatto un anno e mezzo fà.
- Secondo: seguirò qualcuno dei consigli del mio oroscopo:

“È ora che tu perda il controllo, nel modo più costruttivo possibile. Non puoi continuare a essere così teso come sei stato ultimamente. Per trovare l'umore giusto per un salto in avanti, evitando un salto nel vuoto, prova a fare una di queste cose. Dipingi con le mani sullo schermo della tv. Balla sul letto imitando un orso bruno che si è scolato una bottiglia di vodka. Chiedi a un tuo caro amico di scriverti sulla pancia con il rossetto: "Sono imperscrutabile". Va' a cena con qualcuno che ti mette a disagio in modo interessante. Compra un bastone con il manico a forma di pene di toro su Bumsteer.com e usalo per fare quattro passi fino al negozio all'angolo. Scrivi lettere di confessione alle persone a cui hai nascosto delle verità importanti, ma non gliele spedire.”

(Il bastardo c’ha preso anche ‘sta volta: odio sporcarmi le mani; non so ballare ma l’imitazione dell’orso ubriaco dovrebbe venirmi bene; credo di apparire realmente imperscrutabile, anche per me stesso; il bastone esiste davvero e mi sembra bellissimo, non vi pare?; non ho difficoltà a trovare persone che mi facciano sentire a disagio; per l’ultimo punto ci devo riflettere un po’)

Thanks to...




Oggi ho pianto.
E’ venerdì, e questo normalmente basterebbe a rendere speciale e carica di favolosi presagi anche una tempesta di sabbia o un’invasione di cavallette; In effetti mi sono alzato particolarmente di buon umore, mi son fatto la barba e ho persino pensato, allo specchio, di non essere niente male, davvero niente male.
Arrivo al lavoro: arrivo presto, di proposito, e giro per tutta l’azienda deserta: gli uffici, i reparti, il magazzino; camminare mi aiuta ad appropriarmi dei luoghi, percorrere una strada per impossessarsene, bella sensazione.
Poi si comincia: giornata tranquilla, niente di particolare, e poi è venerdì, che diamine, mica può andare storto qualcosa, di venerdì.
Ma il destino è cinico e baro non per niente, e così apro la posta, e ci trovo una mail di un amico che si laurea, e che manda a tutti i ringraziamenti della sua tesi, così che chiunque, anche chi non può assistere, possa leggerli.
Un gesto bellissimo, semplice ma bellissimo.
Eppure ho pianto.
Quel gesto mi ha inchiodato al muro dei rimorsi, costringendomi a guardare fisso tutto quello che non sono, tutto ciò che ho deliberatamente lasciato per strada, tutto ciò a cui, più o meno consciamente, ho rinunciato, sacrificato sull’altare di un vuoto viversi addosso.
Ho guardato in faccia il mio io e ho visto, con orrore, l’assenza di emozioni.
A doverlo spiegare, non saprei nemmeno dire cosa, più di altro, mi abbia gettato in tale sconforto: non so se il contenuto (non sono nemmeno riuscito a finirlo tutto), sicuramente il gesto in sè, perchè sostenuto da un pensiero forte, da un sentimento, che sfonda il muro del compiacimento e vuole raggiungere davvero qualcuno, al di fuori di sè.
Ho pianto perchè ho sentito, come un nervo scoperto, il dolore per qualcosa che non ho.

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Il tè delle cinque

giovedì, ottobre 20, 2005

Recentemente, cercando di spiegare ad un amico il mio stato d’animo, ho usato l’immagine della palude. Nel senso, cioè, che mi sento impantanato in una quantità di sensazioni viscide e pesanti, e per quanti sforzi faccia (pochi, per la verità) per tirarmene fuori, alla fine non riesco a spostarmi di un metro.
Il mio amico, che è più erudito di me e possiede uno spirito assai più poetico, mi ha invece suggerito il tè delle cinque del Cappellaio Matto.
Si parla di Alice nel Paese delle Meraviglie, al capitolo sette, quando Alice incontra il Cappellaio Matto mentre sorseggia il tè in compagnia della lepre di Marzo e di un ghiro.
Il Cappellaio, un giorno, aveva cercato di ammazzare il tempo, e questi, permaloso come solo lui sa essere, aveva deciso di fermarsi alle cinque, l’ora del tè.
Per questo ora il Cappellaio e i suoi amici non possono far altro che prendere il tè, e non hanno nemmeno il tempo di sciacquare le tazze in quanto, appunto, sono sempre le cinque. Quando vogliono un’altra tazza, scalano di un posto sulla tavola, e bevono nella tazza del vicino.
Ma in realtà, come scopre Alice con un certo disgusto, non è poi così vero che il tempo non passa: perchè i tre si spostano, ma le loro tazze si sporcano e restano sempre sporche.
Lascio alla libera interpretazione le implicazioni filosofiche, di cui questo libro è pieno, ma devo dire che l’immagine è potente, e mi ha scosso nel profondo, perchè mi sento così: imprigionato e costretto a fare sempre la stessa cosa, come se non ci fosse altra possibilità, e non mi accorgo del tempo che passa, delle tazze sempre più sporche nelle quali mi ritrovo a bere il mio tè.

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Sea Song - Robert Wyatt

mercoledì, ottobre 19, 2005



Prologo:

Giugno 1973: un uomo precipita da una finestra, al quarto piano, e si schianta al suolo.
L’uomo non muore, ma riporta la frattura della spina dorsale, e perde per sempre l’uso di tutto ciò che si trova sotto la cintola.
Quell’uomo si chiama Robert Wyatt, di mestiere fa il batterista, uno dei più geniali e inventivi in circolazione; ma non solo: è uno degli iniziatori di quella che viene chiamata “scena di Canterbury”, è stato anima dei Soft Machine, ha dato alle stampe un disco solista in cui ha scoperto di avere una voce capace di fragili acrobazie, ha fondato una nuova band con cui ha inciso due splendidi album. Questa band si chiama Matching Mole, e dopo due anni di silenzio, si appresta a tornare in studio per un nuovo disco, a cui Wyatt ha lavorato da solo. La sera prima di iniziare le prove, c’è una festa, e Wyatt beve tanto, decisamente troppo, tanto da non vedere una finestra e passarci attraverso come niente fosse.
Nel 1974, otto mesi dopo l’incidente, comincia a dar forma al materiale rimasto in sospeso o in parte elaborato in ospedale, durante la convalescenza. La nuova condizione sarà un filtro inevitabile a tutto ciò che era in nuce all'inizio del '73.

"Il dottore era stupefatto. Mi disse: ‘Doveva essere proprio ubriaco per rimanere così rilassato mentre cadeva dal quarto piano'. Se fossi stato appena un po' più sobrio, probabilmente oggi non sarei qui: avrei teso tutto il corpo per la paura e quindi mi sarei fracassato".
Robert Wyatt

C’è un punto, nella Fossa delle Marianne, dove si raggiunge la maggiore profondità marina: circa 11.000 metri.
E’ il fondo dell’Oceano.
Il posto dove non è possibile concepire alcuna forma di vita "normale"; possiamo solo immaginare l'esistenza di una flora o di una fauna dalle caratteristiche assolutamente ignote. È quello il regno che si pone come ideale confine tra il "reale" e il "fantastico"; ed è lì che ci conduce Rock Bottom, disco capolavoro di un artista senza eguali.
“Rock Bottom”, ovvero “fondali rocciosi”, ed è lo stesso Wyatt ad indicare il nesso tra la genesi del lavoro e il mare: "Questa musica cominciò a nascere a Venezia, durante l'inverno del 1972, sull'isoletta della Giudecca in un vecchio palazzo che guarda alla laguna".
Ma “Rock Bottom” è anche “culo di pietra”: come si definisce con incredibile ironia, lui, giovane uomo costretto a vivere su una sedia a rotelle.
Il disco non andrebbe considerato come l'insieme di sei tracce, ma come un flusso continuo, come quelle correnti oceaniche che, viaggiando invisibili da un capo all'altro del pianeta, si immergono e riemergono dagli abissi.
"Sea Song", il preludio alla discesa, è quanto di più pacato e allo stesso modo inquietante si possa immaginare; si attraversa il grande portale delle barriere coralline e lì comincia la lenta discesa dell'uomo solitario.
Tastiere, percussioni, basso e una voce sottile sottile: di questo, apparentemente, è fatta questa canzone. Smontandola e rimontandola non si trova nient’atro che questo, eppure chiunque l’abbia ascoltata sa che non può essere tutto qui.
Un miracolo, una delle poche canzoni che riescono a rapirmi completamente: ogni volta che la sento, non posso fare altro che arrendermi, lasciare stare tutto e ascoltarla.
Questo disco è tutto così, un miracolo lungo 40 minuti.
Wyatt ci guida in quello che è poi un viaggio dentro se stesso: attraversa i fittissimi strati d'acqua, sempre più densi e dalla temperatura sempre più bassa: il gelo dell'anima, il fondo è toccato, il mondo a noi conosciuto finisce qui, con tutto il suo universo di suoni.
La rinascita dell'uomo nuovo (a me viene sempre in mente il finale "2001: Odissea nello Spazio" di Kubrick) passa attraverso il suo progressivo e inesorabile annichilimento. La catarsi del viaggio è compiuta, l'uomo nuovo ha definitivamente abbandonato il suo fardello di esperienze passate e può ricominciare la lenta risalita verso la superficie. La gioia di vivere ha salvato il viaggiatore che recupera la sua vita e i suoi affetti, tutt'altro che scontati.
Questo disco contiene mille e mille allegorie e non ne contiene nessuna; ognuno di noi ci troverà il proprio essere e la sua personale visione (tutte legittime); a patto di lasciarsi guidare da questa musica senza opporre alcuna resistenza, senza chiedersi troppi perché e senza prendersi mai troppo sul serio… rimanere flaccidi. È l'unico modo per uscire "indenni" da questa esperienza, con un briciolo di umanità in più.

You look different every time you come
From the foam-crested brine
Your skin shining softly in the moonlight
Partly fish, partly porpoise, partly baby sperm whale
Am I yours? Are you mine to play with?
Joking apart - when you're drunk you're terrific when you're drunk
I like you mostly late at night you're quite alright
But I can't understand the different you in the morning
When it's time to play at being human for a while please smile!
You'll be different in the spring, I know
You're a seasonal beast like the starfish that drift in with the tide
So until your your blood runs to meet the next full moon
You're madness fits in nicely with my own
Your lunacy fits neatly with my own, my very own
We're not alone

ogni volta che compari dalla spuma crespata del mare,
sembri diversa;
la tua pelle lievemente splendente al chiaro di luna,
in parte pesce, in parte delfino, in parte piccola balena.
sono tuo? sei mia? posso giocare con te?
a parte gli scherzi
sei meravigliosa, quando sei ubriaca (d'amore), quando sei stordita
mi piaci soprattutto a notte fonda
quando sei completamente assorta
ma stento a riconoscerti, di giorno, quando
anche solo per un attimo, è tempo di fingere di essere umana,
ti prego sorridi!
So che sarai diversa in primavera
Sei un animale che cambia con le stagioni
stella marina trasportata dalla marea
così finchè il tuo sangue scorre ad incontrare la prossima luna piena
la tua follia cosi nitidamente simile alla mia..
noi non siamo soli.

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Pillole dal faro, 3° puntata

venerdì, ottobre 14, 2005


"Compiti a casa. Cosa ti piace di più della parte di te che si è evoluta meno e che ha bisogno ancora di parecchio lavoro?"

Ho sempre detto di non aver mai creduto agli oroscopi. Credo di aver sempre mentito. Altrimenti perchè, per anni, li avrei letti in maniera così assidua, avida (ma sempre con finta distrazione), in cerca di qualche spiraglio che potesse rivelare la possibilità di tramutare la mia vita in una marcia trionfale di sogni realizzati?
Oggi non mi premuro più di dissimulare alcun interesse verso l’astrologia, e ammetto candidamente la mia debolezza. Questo grazie a Rob Brezsny: non so se sia uno dei migliori astrologi del mondo, ma di certo è quello più intrigante, simpatico, colto, e che scrive meglio, e questo mi basta. Il suo oroscopo lo si può leggere su Internazionale, ogni venerdì in edicola, oppure qui.
Che poi, come si fa a misurare la bravura di un astrologo? A me personalmente non piacciono quelli che ti dicono: “Vergine – bene la salute, tensioni col partner, soddisfazioni sul lavoro”. Cazzo significa? Ti danno l’andamento del tuo portafoglio azionario? E poi, se le cose sono davvero così, te ne rendi conto benissimo da solo, senza che te lo dicano loro; se invece, per esempio, con la tua ragazza va benissimo e uscite a cena, ti aspetti di litigare da un momento all’altro, interpreti male ogni risposta (mio Dio, ha detto che non beve vino, forse ce l’ha con me perchè non le ho chiesto come è andato lo studio, o forse non mi sono ricordato che oggi è... l’anniversario della prima volta che... siamo usciti di giovedì, oppure... oh no, non avrà mica messo un maglione nuovo e io non l’ho notato... i capelli! Forse sono un po’ diversi, stasera, ma giusto un pochino...) e finisce che le tensioni si creano davvero.
A me piacciono quelli che ti fanno sorridere e pensare, che ti obbligano a farti qualche domanda su te stesso, come la frase all’inizio, che bisogna leggerla due o tre volte per capire bene cosa ti chiede, ma alla fine scopri sempre che c’è qualcosa di veramente tuo, lì dentro.
Tanto, in fondo, è solo un oroscopo...

Non so perchè mi ostino a guardare la televisione, dovrei proprio smetterla.
Comunque:
Ieri sera al Tg5 (va beh, lo so, me le vado a cercare...):
- Non una parola sulla guerriglia nelle repubbliche caucasiche (ieri sono morte almeno venti persone)
- Non una parola sul terremoto in Pakistan (scommessa vinta alla grande, con largo anticipo)
- Lungo servizio sull’ennesima separazione tra Valeria Marini e Vittorio Cecchi Gori, con tanto di citazione tra le notizie principali nel sommario, con il titolo: “Valeria lascia Vittorio, chi videochiamerà per primo?”
Ma siamo proprio così coglioni?

- Ieri a Brescia, la polizia ha fermato Lawrence Ferlinghetti , 86 anni, poeta padre della Beat Generation, scopritore ed editore, tra gli altri, di Ginsberg e Kerouac.
In Italia per una conferenza, secondo la “Bossi-Fini”, Ferlinghetti, è un clandestino, visto che non ha comunicato il suo spostamento alle autorità.
I poliziotti hanno detto di non essere tenuti a sapere chi è Ferlinghetti (vero, e poi è sempre meglio tenerlo al sicuro, questo pericoloso clandestino ottantenne).
Ferlinghetti, dal canto suo, in visita alla casa natale del padre e poi ritrovatosi in manette, non era tenuto a conoscere la “Bossi-Fini”.
Ci troviamo di fronte a due diverse forme di ignoranza. La più grave, stabilitela voi.
E’ evidente che, come ha detto Enrico Vaime (un mistero come a quest’uomo sensato sia ancora data la possibilità di parlare in tv, anche se per cinque minuti alle sette del mattino), siamo un paese rozzo, che tratta alla stregua di un criminale uno dei più grandi uomini di cultura viventi mentre visita umilmente la casa del padre (in un posto civile come minimo gli avrebbero dato la cittadinanza onoraria, ma da mo’), ma che si preoccupa delle sorti dei (non) famosi dell’isola, commuovendosi dinnanzi alle lacrime di un ballerino ossigenato, indimenticato interprete del Tuca Tuca.
Di questo (e molto altro) ha scritto di recente anche Massimo Del Papa , uno dei giornalisti più scomodi (per tutti) che abbiamo in Italia.

Pillole dal Faro, 2° puntata

mercoledì, ottobre 12, 2005

- Le Monde
Forse Silvio Berlusconi si è ispirato a Bertolt Brecht, che scrisse: "Il popolo ha perso la fiducia del governo, perciò il governo dovrebbe eleggersi un nuovo popolo". Poiché il governo di Silvio Berlusconi non può più avere fiducia nel popolo per essere rieletto, deve cambiare la legge elettorale per trasformare una sconfitta in una vittoria. È vero che le prospettive non sono rosee per il Cavaliere. E in effetti il proporzionale penalizzerebbe l'opposizione e costringerebbe Romano Prodi a scegliere o a creare un partito con cui presentarsi. Non è la prima volta che Silvio Berlusconi cambia le regole della democrazia utilizzando la maggioranza in parlamento. Adesso vuole riformare un sistema elettorale di cui ha ampiamente beneficiato e che aveva almeno favorito una certa stabilità. Tra i suoi alleati, i più entusiasti sono i democristiani di destra guidati da Pier Ferdinando Casini, che sperano nella rinascita della Democrazia cristiana. In questo caso la trappola che Silvio Berlusconi ha teso alla sinistra si richiuderebbe su di lui. Ma il prestigio dell'Italia non uscirebbe migliorato da questi rimaneggiamenti istituzionali.

Questo è quanto dice, con disarmante chiarezza, Le Monde, per sintetizzare quanto sta accadendo oggi in Italia. Si può dire ciò che si vuole, e si può essere o meno d’accordo con alcune opinioni, ma i fatti sono questi qui, non si scappa. (Notare che, dopo tutti i suoi sforzi per creare il “grande centro”, all’estero vedono Casini come un “democristiano di destra”)

- Lapo Elkann, quando si è sentito male, si trovava a casa di Lino, noto travestito cinquantenne di Bari, che si fa chiamare Patrizia. Lino e altri due travestiti ammettono di aver trascorso la notte con Lapo, e dicono che la “roba” l’ha portata lui: mi correggo, questo è molto, ma molto più pirla di suo nonno.

Pillole dal faro, 1° puntata

martedì, ottobre 11, 2005


- Io vivrò fino a 86,69 anni
E' quanto sostiene questo Life Calculator della Università di Pennsylvania. Chiunque può ricevere una profezia sulle sue aspettative di vita. Basta che compiliate un interessante questionario che oltre a età, peso e altezza vi chiede qual è il reddito della vostra famiglia, se siete soliti andare in macchina con autisti ubriachi, se vostro zio soffriva di diabete e se usate il preservativo. Trattandosi di un sito americano, l'altezza dovete fornirla in inches e il peso in pounds (da buon samaritano, vi consiglio http://www.onlineconversion.com/ per le equazioni centimetri/inches e chilogrammi/pounds). Con un calcolo approssimativo, 86,69 anni vuole dire che dovrei tirare le cuoia intorno all’aprile del 2063. Quindi vedrò l'Italia perdere altri 14 mondiali di calcio, sarò testimone di più o meno altrettante olimpiadi estive e invernali e mi sciropperò almeno una quarantina di edizioni del Grande Fratello. Inoltre, ascolterò una cinquantina di nuove antologie dei Litfiba e con un po' di fortuna forse sarò presente anche alla pubblicazione di Chinese Democracy dei Guns n'Roses.
Con tutta probabilità assisterò (spero, ma non è mai detto con quello lì) alla dipartita del cavaliere nano, dopo che sarà diventato Presidente della Repubblica e quindi Papa, e avrà fatto bruciare sul rogo quei comunisti dei magistrati italiani.

- L’angolo del cinismo
Scommettiamo che, tempo una settimana, sui media non ci sarà più traccia del terremoto in Pakistan?
Ho come l’impressione che di questa tragedia senza occidentali non freghi niente a nessuno, e anzi magari a Bush gli rompe anche un po’ i coglioni, visto che sta già cercando un nuovo “nemico della democrazia” da sforacchiare, e il Pakistan poteva quasi quasi fare al caso suo.

- Lapo Elkann va in overdose da cocaina ed eroina: proprio vero che è tale e quale a suo nonno.

- Visto ieri sera a “Passaparola”
1) Gerry Scotti: La parola “eco” è maschile o femminile?
Una Letterina (trionfante): io scrivo “elle apostrofo eco”, per cui è femminile!
Gerry Scotti (compiaciuto): Brava! Avete visto che le nostre ragazze sono anche colte?

Ah! E allora L’elefante, l’elicottero, l’orologio, l'armadio, l'energumeno, l'autobus, l'aereoplano, l'uovo e l'uomo sono femminili?

2) Gerry Scotti: chiediamo a uno dei nostri giudici di spiegarci l’esperimento del “pendolo di Foucault”
Uno dei giudici: Foucault aveva appeso un pendolo alla volta di questa chiesa, dove sono anche stato (ma va?), e aveva visto che il pendolo, invece di oscillare, ruotava, per cui ha dimostrato la rotazione terrestre!

Cosa? Il pendolo ruotava invece di oscillare? Ma questi possono andare in onda alle sette di sera e dire qualsiasi cazzata? Non serve documentarsi, tanto il pubblico è ignorante, e poi “ci sono anche stati” a Parigi, loro...

Song to the Siren - Tim Buckley

giovedì, ottobre 06, 2005


"Sto muovendo oltre e probabilmente sarà molto, molto più in là di quel che la gente si aspetta. Ma so dove sto andando, vedo la strada". Con queste parole profetiche, estrapolate da un'intervista, Tim Buckley si appresta a compiere il viaggio musicale più affascinante e pericoloso che abbia mai intrapreso.
E’ il 1970, alle spalle una manciata di album meravigliosi ma incompresi; solo l’anno prima era uscito “Lorca”, a mio parere uno dei vertici assoluti della musica del novecento, disco fatto di niente, trame scarnificate, una voce onnipotente, che scava a profondità mai esplorate, che quasi raggiunge il centro della terra ma si ferma un attimo prima, per non venirne inghiottita.
Eppure, quelle canzoni paiono dolci nenie se confrontate con il contenuto del suo nuovo lavoro: “Starsailor”. Buckley si ribattezza “navigatore delle stelle”, e mai titolo fu più azzeccato: non c’è più nulla di terreno, in quei solchi, dove la voce si spinge fino ai più bui abissi marini per poi inerpicarsi e schizzare in cielo, oltre il cielo, su fino alle più lontane galassie.
Nel mezzo di questo assalto sonoro che inchioda al muro, ecco “Song to the Siren”, e qui si viene proiettati al di fuori del tempo e dello spazio.
Scritta più di tre anni prima con l’amico Larry Beckett e poi accantonata: all'originale ballata folk acustica viene rallentato il tempo e cambiato l'arrangiamento. Tim rimaneggia un po' il testo e ce la consegna profondamente diversa: la placida, inoffensiva andatura è tramutata in pathos elettrico, con una chitarra che sembra aliena, i cori glaciali sono un canto di sirene inquietante e l’interpretazione vocale è più che mai sofferta e spettrale.
Il madrigale romantico è ora una nuda, agghiacciante resa di fronte all’impossibilità di vivere senza amare. Il canto disperato di un uomo, naufrago in questo mondo, aggrappato ai pezzi di un’inutile imbarcazione, simulacro di una speranza che forse non ci sarà mai.
Ne esce il capolavoro dell'album, una delle misconosciute perle nascoste del canzoniere americano.
Impossibile, ascoltandola oggi, dire quando sia stata incisa, tanto è slegata da qualsiasi riferimento temporale nei suoni e negli arrangiamenti, da rimanere per sempre moderna;
Song to the Siren è una perla di inestimabile valore, oggetto a tutt’oggi alieno e inafferrabile, che da sola influenzerà gran parte della new wave più eterea dagli anni ottanta: a renderle giusto omaggio, infatti, ci penseranno i This Mortal Coil, autori di una incredibile versione che è gemella e non copia, per intenzioni e risultato, dell’originale.
"Starsailor" esce nel novembre '70 e ovviamente non riscuote alcun successo. Si tratta forse dell'album più complicato e sconvolgente della storia rock.
All'epoca molti critici scrivono recensioni entusiaste (celebri le cinque stelle dal jazz magazine "Down Beat"), ma la provocazione messa in scena dal cantautore è raccolta da pochissimi coraggiosi: i vecchi estimatori dei suoi madrigali folk inorridiscono di fronte a quell'orgia.
Come era andata prima e come andò poi, sono altre storie...

Ah, un’ultima cosa: Tim Buckley, a questo punto ha ventitre anni (!!!!), e ha consegnato alla storia della musica almeno cinque capolavori inestimabili. Ci vuol poco a tirare in ballo la parola genio, ma mai come in questo caso il termine sarebbe speso bene.

Long afloat on shipless oceans
I did all my best to smile
'Til your singing eyes and fingers
Drew me loving to your isle
And you sang
Sail to me, Sail to me
Let me enfold you
Here I am, Here I am
Waiting to hold you

Did I dream you dreamed about me?
Were you hare when I was fox?
Now my foolish boat is leaning
Broken lovelorn on your rocks,
For you sing, "Touch me not, touch me not, come back tomorrow"
"O my heart, O my heart shies from the sorrow"

I am puzzled as the newborn child
I am troubled at the tide:
Should I stand amid the breakers?
Should I lie with Death my bride?
Hear me sing, "Swim to me, Swim to me, Let me enfold you:
Here I am, Here I am, Waiting to hold you"

Galleggio da molto tempo su oceani senza navi
Ho fatto tutto il mio meglio per sorridere
fino a che i tuoi occhi di canto e le tue dita
mi hanno fatto approdare innamorato alla tua isola
E tu cantavi, ‘naviga verso di me, naviga a me, lascia che ti avvolga
Eccomi, sono qui, qui , e aspetto di averti.
‘Ho sognato che tu sognavi me?
Eri lepre quando io ero volpe?
Ora la mia barca impazzita è poggiata
a pezzi sulle tue scogliere, distrutta dall’amore
Perché tu mi possa cantare, ‘non toccarmi, non toccarmi, ritorna domani:
O cuore mio, cuore mio spaventato dalla pena.
Sono imbarazzato come il bambino appena nato
Sono inquiento come la marea:
Dovrei levarmi in piedi in mezzo ai flutti

O dovrei giacere con la morte mia sposa?
Ascolta il mio canto, ‘ nuota verso di me, nuota verso me, lascia che ti abbracci:
sono qui, eccomi, sto aspettando di averti.

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Le parole del mare

mercoledì, ottobre 05, 2005

Non è facile, starsene qui, a guardare il mare.
Appollaiato su una scogliera, se minaccia di piovere; ai piedi di un cedro, sotto il sole di mezzogiorno, con le labbra di sale e la pelle divenuta cuoio; camminando sul bagnasciuga, all’alba di un giorno sempre uguale, o dietro i vetri del faro nelle notti di tempesta, quando tutto è nero, il cielo fuso al mare, e il fascio di luce sembra lottare per non farsi inghiottire.
Non è facile vedere.
Non dico al di là del mare, no, non pretendo tanto.
Non è facile vedere al di là dei propri occhi, al di fuori di sè.
Ecco, il problema è in un certo senso questo qui, che quando stai cercando di uscire veramente da te, c’è sempre qualcosa che ti acchiappa e tiene dentro, sempre dentro.
Il mio è un egocentrismo forzato, cronico, direi quasi patologico.
Voglio scoprire dove finisco io e dove comincia il resto dell’infinito.
Voglio scoprire se io finisco davvero.
E’ per questo che parlo col mare.
E il mare mi risponde.
Il mio mare è come me.
Il mio mare ha le sue voci, i suoi stati d’animo, le sue storie da raccontare, i suoi abissi che nemmeno lui osa confessare, e le sue spiagge, inutili tentativi di uscire da se stesso.
Il mio mare mi parla con le canzoni...

Le cinque canzoni del mio mare:

Song to the Siren – Tim Buckley
Sea Song – Robert Wyatt
Il Mare Verticale – Paolo Benvegnù
Disappointed in the Sun – Deus
I’m the Ocean – Neil Young & Pearl Jam

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Sono troppo suggestionabile

martedì, ottobre 04, 2005

Cos’è l’isola di niente?
E’ un vecchio disco della PFM, uno di quegli splendidi tentativi di fare musica in modo diverso da tutto quello che era stato prima, in Italia.
Ma non solo. L’isola di niente è anche, e soprattutto (per quel che mi riguarda), un (non) luogo fatto di suoni, colori, suggestioni, umori, entusiasmi e sconforti.
Come è fatta l’isola è presto detto, poco lavoro per i cartografi: c’è un’unica, piccola spiaggia di sabbia fine e rovente, verso sud; c’è un bosco di cedri, una sola, verde collina, a nord una scogliera frastagliata, come il morso sanguinante del predatore nel collo rassegnato della preda, distacco troppo netto tra terra e mare.
E poi c’è il faro. Unico testimone di una (in)civiltà che ben presto si è dimenticata di lui, incapace di vedere il sentimento delle cose. Oggi si accende solo quando gli va, e provateci voi a fargli cambiare idea.
Su quest’isola non c’è niente, non ci sono “famosi”, nè talpe, nè fattorie. Eppure, a ben guardare, anche questo è un reality show, un reality al contrario.
Anche da qui si vede la verità. Ma con i miei occhi. E’ la mia verità.

Io so la mia verità
E voglio usare il cranio come un archibugio
Per sparare la mia verità
Che non è inchiostro nero ma sangue che grandina gioia
La mia verità è come una finestra nel vuoto
Inchiodata ai suoi cardini
La mia verità
Linea di protezione e coerenza ai deserti che cambiano

Ma sono suggestionabile, sono troppo suggestionabile
Siamo troppo suggestionabili
Infantili ed interpretabili, Siamo troppo suggestionabili
Ci muoviamo ma siamo immobili, Siamo troppo suggestionabili

Io so la mia verità
Sono passato in mezzo agli inferni alle mie pazzie
Ma è la mia verità
E spero possa esploderti in faccia spaccarti la testa
La mia verità
Nell’ostinazione a cercarmi a ferirmi a capirmi
La mia verità
Rinnegare i padri le madri le bocche gli stomaci

Ma sono suggestionabile, sono troppo suggestionabile
Siamo troppo suggestionabili
Infantili ed interpretabili, Siamo troppo suggestionabili
Ci muoviamo ma siamo immobili, Siamo troppo suggestionabili

Io so la mia verità e voglio andare in fondo a tutto quello che so
Io voglio assaporare ogni secondo che avrò
Perchè io sono un uomo
Io sono insicuro
Io sono il padre la madre il figlio
Io sono il vertice io sono l’assoluto
Io sono il genio io sono il mio assassino
Ma sono l’unica cosa che mi rimane
Io sono l’ultima cosa che ho
Sarò la prima cosa che avrò


Suggestionabili – Paolo Benvegnù

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maree



Rieccomi qui, dopo un mese di pausa, dopo due messaggi di prova, dopo aver riflettuto all'utilità di questa pagina, alla sua effettiva opportunità.
La risposta che mi sono dato è stata più o meno: "chissenefrega", tanto nessuno ancora sa dell'esistenza di quest'isola, e pertanto nessuno protesterà o se ne avrà a male se la frequenza degli aggiornamenti è un tantino dilatata, o se gli argomenti non sono sufficientemente arguti, riflessivi o divertenti, per cui ho preso la mia decisione:
L'isola continuerà ad esistere, o meglio, forse un giorno comincerà ad esistere, se mai mi premurerò di farla conoscere a qualcuno.
Per ora continuerà ad ospitare i miei occasionali punti di (s)vista sul vasto mare che mi circonda.
A presto...

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