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L'isola di niente...

L'isola di niente è quella che hai trovato per caso, un giorno in cui non avevi nulla da fare. E' quel posto che ti fa sentire bene perchè lo senti solo tuo, in cui non c'è niente da vedere ma da cui tu puoi vedere tutto.
 

Perline, ovvero: ogni uomo è una collana - 4

martedì, febbraio 28, 2006



Postilla dell'autore a "gli ultimi giorni di Pompeo"

Cari Voi che mi avete seguito sin qui. Cosi' finisce l'ultima puntata di Pompeo e, presumo, anche un lungo capitolo della mia vita. Questi s'era aperto "fumettisticamente" nel settantasette con Pentothal (del quale Pompeo e', forse, l'alter ego invecchiato), e, tra alti e bassi chiude adesso, nove anni dopo. Anni che, come si dice, sono "volati". In questi anni ho scoperto diverse cosucce. Intanto di non essere un genio. Perche' si', lo confesso, da ragazzo ci speravo. Invece no, sono un fesso qualsiasi. Pero', c'e' sempre un pero', e' vero, sono un disegnatore eclettico. Un disegnatore ecletto-sfaticato. Poi ho scoperto di non essere attendibile, e di non essere tante altre cose, deficenze a volte gravi delle quali chiedo a qualcuno di perdonarmi. [...] Ora che vivo in campagna come un cretino non sono piu' depresso e quindi saluto volentieri gli amici che mi rimastono qua e la' nelle citta'. Le amiche soprattutto. Di me, volendo, si puo' dire tutto il male che si vuole, pero' tante di quelle cose non sono vere. Capisco viceversa la delusione di qualcuno quando si e' accorto che il fumettaro per cui tifava altri non era che il fesso di cui sopra. Ora, naturalmente, che sono fesso me lo posso dire io da solo, perche' sono sempre in grado di stracciare il novanta per cento dei vostri. Pero' (di pero' ce ne possono essere i pacchi), non ho mai pensato al soldo, mentre disegnavo, casomai subito prima, o subito dopo, mai durante. Voglio dire che alla fine ho sempre fatto quel che ho voluto, senza badare acche' 'ste cose si potessero rivendere di su o di giu'. Ora che vivo in campagna i ragazzi di qui mi chiamano "vecchio paz" e, faccio per dire, ho ventinove anni.

Così scriveva Andrea Pazienza in calce all’ultima parte della sua opera più dolorosa e autobiografica, quel Pompeo che credo possa essere annoverato tra i grandi classici della letteratura di formazione italiana. Questo è un mio parere, che non troverà mi posto su alcun libro di testo, su alcuna “Storia della letteratura”.
Così come mai troveranno posto le sue storie tra i “classici del fumetto” di Repubblica, e il perché lo sa bene chiunque si sia mai imbattuto nelle sue tavole.
Andrea Pazienza è morto nel 1988, due anni dopo aver scritto le righe di cui sopra, e che a volerci leggere in mezzo, sono una sorta di piccolo testamento, più serio che faceto.
Vita strana, la sua, da genio autentico, da Mozart del pennello prima e del pennarello poi, vita che si mescola all’arte e al dolore, e da esse è inscindibile, legata stretta con filo di spine e miele.
La sua prima cosa che mi portai a casa fu “Le straordinarie avventure di Pentothal”, opera prima da non crederci, saggio di bravura che ha del mostruoso e, per inciso, uno dei modi migliori per fare la conoscenza con quello che è stato il 77 a Bologna. Strano pensarci adesso, ma in quegli anni, quando noi si nasceva, si cominciava a vivere, là (e altrove, anche qui) si cominciava a morire, l’ago nel braccio e lo stantuffo premuto piano, fino in fondo.
Pazienza è anche Zanardi, la proiezione del male, della cattiveria fine a se stessa, lo sguardo insostenibile.
Per me Pazienza è stato questo, lo svezzamento, la perdita dell’innocenza, la porta aperta su un mondo che è stato ieri ma che qualcuno si ostina a voler cancellare.
Con lui ho imparato a guardarmi allo specchio nudo, lui mi ha insegnato il coraggio, mi ha svelato l’abisso, spiegato la paura, ridato la voglia di disegnare, scrivere, amare.
Pazienza è il genio, il tratto impossibile, la trovata illuminante, la parola nuda, l’infinita tenerezza, la sincerità lancinante, il nervo scoperto, che pulsa e ti tiene vivo, anche quando i segnali intorno ti dicono che non è così.
Ci sono pagine, in Pompeo, che scardinano ogni tua sequenza cognitiva, mandano a puttane ogni percorso di elaborazione, cortocircuitano il cuore. Semplicemente piangi. E ridi. Piangi e ridi e ti dici che niente è perduto e che ce la puoi fare, sempre, per quanto possa essere dura, ce la puoi fare.
Pompeo non ce l’ha fatta.
E nemmeno Andrea. Anche lui aveva cominciato a morire a pezzi, nel 77, a Bologna, ma poi sembrava esserne uscito, sembrava a posto, sembrava vivo e felice.

“Non si esce vivi dagli anni 80”

Manuel Agnelli

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Piatti rotti



L’altro giorno me ne stavo lì seduto su uno scoglio, imbacuccato in una coperta, ascoltando Fabrizio De Andrè e pensando a i piatti rotti.

Nella vita reale marito e moglie si lasciano (incompatibilità? Un'altra donna? Un altro uomo? Un cavallo? Noia? Come un vuoto di senso? Tutto può essere...). Scazzi, insulti, piatti rotti, carte bollate, soldi e finisce lì, tra una domenica con la bambina e un assegno in ritardo.
Se sei la moglie di un cantautore (o il marito di una cantautrice), invece, allora c’è la possibilità che tu non abbia scampo, e le cose potrebbero mettersi molto male, per te.
Perché lui, il tempo di metabolizzare, diciamo sei mesi, e ci fa una canzone. E non ha peli sulla lingua perché, tanto, non ha niente da perdere. Ora che la incide, ora che viene pubblicata, ora che diventa famosa passano, diciamo, due anni dalla separazione. Due anni sono un periodo ragionevole perché tu, nel frattempo possa ricominciare una vita tua, nuova, magari accanto a qualcun altro, ed ecco che all’improvviso esce quella canzone e tutti, amici, parenti, conoscenti, pure qualche passante, sanno benissimo che quella (o quello) sei tu. Una cosa intima e personalissima adesso fa bella mostra di sé tra i versi spietati di lui, e sai benissimo che tutti i suoi fan sono dalla sua parte, lo capiscono; cazzo, cantano ai concerti la fine del vostro amore, migliaia di persone che ti danno gratuitamente della puttana!
Poi lui, che è artista e piace ai giovani, si mette con una che ha un paio d'anni in meno di vostra figlia e ne canta le doti erotiche...
Insomma non è facile essere “ex” di qualche cantautore, soprattutto se questi è uno davvero bravo (come cantautore, almeno).

A questo pensavo, l’altro giorno, mentre ascoltavo questa canzone di De Andrè. A questo e a quello che deve aver provato la sua ex moglie Puny.

Quando in anticipo sul tuo stupore
verranno a chiederti del nostro amore
a quella gente consumata nel farsi dar retta
un amore così lungo
tu non darglielo in fretta

non spalancare le labbra ad un ingorgo di parole
le tue labbra così frenate nelle fantasie dell'amore
dopo l'amore così sicure a rifugiarsi nei "sempre"
nell'ipocrisia dei "mai"

non sono riuscito a cambiarti
non mi hai cambiato lo sai.

E dietro ai microfoni porteranno uno specchio
per farti più bella e pensarmi già vecchio
tu regalagli un trucco che con me non portavi
e loro si stupiranno
che tu non mi bastavi,

digli pure che il potere io l'ho scagliato dalle mani
dove l'amore non era adulto e ti lasciavo graffi sui seni
per ritornare dopo l'amore
alle carenze dell'amore
era facile ormai

non sei riuscita a cambiarmi
non ti ho cambiata lo sai.

Digli che i tuoi occhi me li han ridati sempre
come fiori regalati a maggio e restituiti in novembre
i tuoi occhi come vuoti a rendere per chi ti ha dato lavoro
i tuoi occhi assunti da tre anni
i tuoi occhi per loro,

ormai buoni per setacciare spiagge con la scusa del corallo
o per buttarsi in un cinema con una pietra al collo
e troppo stanchi per non vergognarsi
di confessarlo nei miei
proprio identici ai tuoi

sono riusciti a cambiarci
ci son riusciti lo sai.

Ma senza che gli altri non ne sappiano niente
dimmi senza un programma dimmi come ci si sente
continuerai ad ammirarti tanto da volerti portare al dito
farai l'amore per amore
o per avercelo garantito,

andrai a vivere con Alice che si fa il whisky distillando fiori
o con un Casanova che ti promette di presentarti ai genitori
o resterai più semplicemente
dove un attimo vale un altro senza
chiederti come mai,

continuerai a farti scegliere
o finalmente sceglierai.


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Perline, ovvero: ogni uomo è una collana - 3





Giorgio Gaber è lo zio che avrei tanto voluto avere.
Giorgio Gaber è una persona di cui condivido quasi ogni parola, ogni gesto, ogni espressione.
Giorgio Gaber è il mio più grande rimpianto, come e più di De Andrè.
Il rimpianto di non averlo scoperto per tempo, per non essermi innamorato di lui quando era possibile vederlo, incontrarlo, assaporarne le rughe e le parole.
Quando era vivo.
Da giovane era più famoso di Celentano, era il contraltare maschile di Mina, era ironico, simpatico, spassoso, persino affascinante, anche se non bello. Era l’uomo del Sabato sera, quello di tutti gli italiani, quello di Goganga, Barbera e Champagne, Non arrossire, Torpedo Blu.
Poi qualcosa è cambiato. Il teatro e la canzone che si mescolano e creano un genere, le porte della tv che si stringono fino a chiudersi, l’impegno politico sempre più presente, evidente, militante, e poi la disillusione via via sempre più forte, cosmica, apocalittica, distruttiva.
La solitudine per scelta e per forza, lui che ha attaccato e criticato tutti, a destra e a sinistra, e che tutti hanno criticato e infine isolato.
Lui che scrive la più devastante invettiva della storia della musica italiana, quella “Io se fossi Dio” che nessuno vuole pubblicare, da cui tutti si dissociano, che è blasfema e non lascia in pace neppure i morti.
Lui, impossibile da accettare così com’è.
Lui che deve aver sofferto come un cane nel vedere la moglie candidarsi per Forza Italia, lui sempre tremendamente dignitoso, che aveva scelto di non votare ma che era sempre, geneticamente, un uomo di sinistra.
Lui che si ammala e, d’un tratto, invecchia di mille anni, lui che era invecchiato subito, a trent’anni, e pareva sarebbe rimasto così per sempre.
Lui che non ha mai perso la capacità di indignarsi, che ha fatto due dischi uno via l’altro, dopo anni di silenzio, per dire ancora una volta la sua.
Lui che aveva capito di essere giunto alla fine.
Lui con due occhi dolcissimi, comprensivi, da nonno.
Lui, un uomo vecchio, che canta seduto e sorridente, pacificato mai, rasserenato forse.
Lui che ha fatto del gesto una parte inscindibile della parola, lui che sul palco trasfigurava, si incazzava, si commuoveva.

“La vecchiezza è una Roma, senza burle e senza ciance, che non prove richiede
all’attore, ma una vera ed autentica rovina”

Andrea Pazienza

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Perline, ovvero: ogni uomo è una collana - 2




Walter Sobchak è uno dei miei personalissimi idoli. E’ l’amico di Drugo, ne “Il Grande Lebowsky”, film che è una mia antica fissazione.
Walter Sobchak è John Goodman, in uno di quei ruoli che possono valere una carriera, un personaggio talmente impossibile da risultare reale, vivo, vero. Alla fine più reale, vivo e vero di tutte le persone che si vedono in tv oggi.
Amo tutto di questa pellicola, gli attori, la storia, i personaggi, le situazioni, perfino la filosofia che sottende il film e che conduce le azioni di Drugo, un fantastico Jeff Bridges. Amo la sua visione del mondo, semplice ma non semplicistica, le prese di posizione politiche, molto meno velate di quanto possano sembrare, le trovate comiche, il ribaltamento dei cliché, la colonna sonora. Amo tutto di questo film, così come mi era capitato per “Fargo” e altri lavori dei fratelli Cohen, tutto tranne la sua fama di film “di culto”.
Io non sopporto i film “Cult”.
Non sopporto proprio la parola, e chi la usa a cazzo.
Vorrei conoscere chi l’ha usata per primo, colui o colei che per la prima volta ha definito il termine “cult movie”, tracciando in modo del tutto arbitrario e alquanto imperscrutabile le coordinate di un genere, un titolo per la cui attribuzione non si capisce bene a chi o cosa appellarsi.
Non sopporto l’aria compiaciuta di chi ti parla dei film (o libri, o dischi) “cult”, la smorfia che si disegna sul loro volto, la luce artificiale che si accende nei loro occhi, e che ti dice che loro ne sanno di più, e che sono pronti a illuminarti con l’unica verità possibile, la loro.
Perché poi sono le stesse persone che citano a memoria le recensioni, si vestono dell’altrui pensiero, prendono in affitto il gusto degli altri.
Odio il “cult” come concetto. Come espressione di un alternativismo d’accatto, un chiamarsi fuori dal coro patetico proprio perché di coraggioso non ha nulla, l’illusione di nuotare controcorrente in un acquario, il rifugio in un’idea prefabbricata, comoda, imbottita.
Lo so, a parlare di certe cose, sembra che uno sia nient’altro che uno stronzo intollerante e magari pure un po’ invidioso, ma davvero non è così, è solo che sono stufo di chi si riempie la bocca di parole non sue, di chi mangia idee precotte invece di cucinarsi le proprie, anche a costo di sbagliare con il sale: il sapore è comunque diverso, più vero, autentico, si riconoscono gli ingredienti e, se qualcosa non va, la si può aggiustare, la prossima volta.

“Un’idea, un concetto, un’idea, fin che resta un’idea, è soltanto
un’astrazione. Se potessi mangiare un’idea, avrei fatto la mia
rivoluzione”

Giorgio Gaber

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Perline, ovvero: ogni uomo è una collana - 1



Ho deciso di tentare un esperimento:
Una frase. Ispirata da un fatto, una sensazione, un colore, una canzone, un film, il mal di testa, la nutella, qualsiasi cosa.
E poi, la volta dopo, partire dall’autore di quella frase per arrivare ad un’altra, diversa, parlando a ruota libera, senza piani né programmi, senza confini, andare avanti per assonanze, associazioni d’idee.
Niente regole, se non quella di partire ogni volta dall’autore della frase precedente.
Perché ogni uomo, alla fine, è una collana, costruita di perline, anelli, pietre preziose, conchiglie, denti di tigre, piume o ciondoli. E questo è un modo come un altro per tentare di tracciare una mappa delle proprie idee, influenze, suggestioni, di contare tutte le nostre perline, e magari scoprire dove e perché le abbiamo scelte per la nostra collana.
Tutto troppo arbitrario? E’ ovvio, del resto questa è la mia isola, qui sono il despota di me stesso e quindi le regole le faccio io.

Da qualche parte bisogna pur partire, per cui:

Tempo addietro, i tg hanno strillato di una scandalosa sentenza che in qualche modo avrebbe sminuito la gravità del reato di stupro, nei casi in cui la vittima fosse una donna non più vergine. Già a leggerla così, la cosa appare per una solenne minchiata. E infatti.
Per curiosità sono andato a leggermi la sentenza, e le mie impressioni sono state poi avallate dal parere di un avvocato, che ha confermato quanto avevo desunto da una prima lettura, e cioè che la sentenza in questione fosse tutt’altro che aberrante, semplicemente perché non dice quello che era stato urlato con sdegno dal manipolo di sedicenti giornalisti.
Allo stesso modo i tg nazionali hanno contribuito all’isteria collettiva provocata dall’influenza aviaria, con servizi che erano puro condensato allarmistico.
Questi a mio avviso sono solo alcuni sintomi della gravissima situazione in cui versa l’informazione italiana, soprattutto quella televisiva. I programmi di informazione non dovrebbero appunto informare il cittadino, aiutarlo a comprendere, fornire la giusta chiave di lettura, mettere a conoscenza dei rischi, quando questi sono reali, e viceversa rassicurare se questi rischi sono ragionevolmente inesistenti (magari avendo l’opportunità di dire, una volta tanto, che l’Italia è all’avanguardia, è sicura) ?
Il punto è sempre quello, e cioè che viviamo in tempi di informazione distorta a piacimento, senza controllo, senza professionalità, moralità, regole minime.
Oggi le notizie sono più effimere delle farfalle: vivono un giorno, e poi nulla più. Se sono false, o sbagliate, poco importa, questo è il tempo della smentita come rimedio a tutto, dell’alzata di spalle irrispettosa e irridente, dell’impunità sfacciata, ghignante.
Uno può andare in video, dire qualsiasi mostruosità e poi, il giorno dopo affermare di non aver mai detto quelle parole, di essere stato travisato, frainteso, manipolato.
Lo stesso accade in rete, dove si trova di tutto, ma chi controlla le fonti? Il mondo è pieno di blog come questi dove ognuno dice la sua e spesso dice cazzate. Basterebbe che ci si mettesse d’accordo, tra blogger, per spostare l’informazione o quantomeno la percezione dell’informazione. Basterebbe decidere di screditare, chessò un nome a caso, Fabio Fazio, e si potrebbe facilmente, e velocemente, accostare il suo nome a dichiarazioni false, o costruite ad hoc con un taglia e incolla di dichiarazioni reali, persino a siti pedofili (è già stato fatto con altre persone, non mi invento nulla), il tutto legittimato solo e soltanto dalla “grande rete”.
Poco importa se ci sono giornali che analizzano, argomentano, riportano con dovizia e rigore, perché oggi non li legge più nessuno.
E’ rabbrividente. E fa pensare.

“Questo non è il Vietnam, ci sono delle regole, qui!”

Walter Sobchak


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un appunto

lunedì, febbraio 20, 2006

D'accordo sulla libertà di stampa.....ma
1) le vignette non facevano un cazzo ridere
2) è meschino mascherare per libertà di stampa un attacco gratuito e becero con enormi punti interrogativi alle spalle

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cristo civile

venerdì, febbraio 17, 2006

Spesso il bigottismo (o bigotteria, come si dirà?) è bifronte.
Una moneta con due facce inconciliabili, l’una per sempre impossibilitata a vedere l’altra, due lati della stessa ottusità cui è precluso il confronto.
E quello laico non è meno dannoso di quello religioso, figli entrambi di un integralismo che per sua natura rende l’uomo poco avvezzo a girare la faccia verso l’altro.
A questo pensavo l’altro giorno, seduto di nuovo di fronte alla croce, raggiunto dall’odore della pioggia, sotto un cielo che sembra aver smarrito i suoi colori.
A questo pensavo e ad un caro amico, che mi ha mostrato come a volte, le alternative che ci si presentano non siano sufficienti, e mi ha insegnato che si può, anzi si deve, cercare una propria via, che sempre sarà scomoda, mai gloriosa, ma forse, infine, dolce come un intimo miele che sostenta nei momenti peggiori. Per questo, per quel suo ricordo, le mie parole si mescolano alle sue, ai suoi pensieri, le sue idee.
Io non so se sono credente.
Non lo so più.
Ma quella croce per me è importante. Questo lo so, e quassù me ne sto lentamente riappropriando, non come di uno scudo, né tantomeno come di una spada, o una bandiera. Più come di una ferita mai rimarginatasi e che ora pulsa, da fastidio, reclama attenzione.
Si discuteva e tutt’ora si discute se sia o meno giusto che il crocifisso rimanga appeso nelle aule scolastiche. Hanno deciso di lasciarlo, perché quel simbolo è portatore di valori civili.
Un Cristo civile.
A molti bigotti del laicismo, questa decisione non andrà giù. A me, tutto sommato, devo dire che non dispiace, e poi, sposo la visione del Peppone (che era comunista, comunistissimo) di Guareschi, secondo cui “Che male c’è ad onorare un proletario figlio di un falegname, che predicava la giustizia sociale ed è stato fatto fuori dai preti?”.
Si confonde troppo spesso la Croce con chi la usa, a mo’ di clava, di foglia di fico, di totem.
Ma usandola, in qualsiasi maniera, già se ne nega il senso profondo. Perché Cristo era libero, la coscienza che abbiamo smarrito, era l’Uomo che ci spaventa essere. Era un ribelle non violento, però duro, senza compromessi. Era il rifiuto di farsi manovrare. Era la negazione, spietata, dell’inciucio, dell’ambiguità, la ragion politica, la modernità. Era la via più stretta, l’opposto dell’egoismo, e noi uomini laici ne proviamo orrore, non vogliamo imitarlo.
Figlio o meno di Dio, quell’uomo ha cambiato il corso della storia e non c’è modo di contestare questo fatto.
Non è vero che “non possiamo non dirci cristiani”, questo no, ma è anche vero che Cristo è parte non evitabile della nostra sensibilità, anche laica.
Oggi più che mai, dal legno cui è fissato, quel contestatore massacrato continua a frantumare coscienze e perbenismi. Dei preti, anzitutto, che in suo nome spesso razzolano male. Dei ricchi, per antonomasia. Di chi, come i giornalisti, ha rinnegato il dovere di testimoniare.
Disturba, non foss’altro, ecco perché ci serve. Ed è giusto lasciarlo disturbare, anche da un muro di scuola, dove ci sono i giovani, dalla coscienza vergine.
Lui senza compromessi, contro tutte le mafie. Così scomodo e così facile da cogliere, credenti o agnostici che siamo.
Se Cristo dà fastidio, peggio per chi lo teme, siano farisei laici, atei o confessionali.
Ben venga un Cristo civile, se ancora in grado di essere “scandaloso”, di ferire, disturbare.
Oggi il cielo è così bianco, sembra un’immensa pagina vuota.

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Il re e il bambino



Ho trovato un tesoro.
Un ripostiglio, a cui si accede tramite una porticina, sotto la scala che porta in cima al faro.
Piccola, la porta, troppo bassa perché potesse essere comoda per un adulto.
Quello era il nascondiglio di un bambino.
Dentro mille cose, non so ancora bene quali e quante, perché mi sono fermato davanti alla prima che ha attirato la mia attenzione.
Una maglia, logora e sporca, bianca e nera.
Col numero 10 sulle spalle.

Ora so perché non dovrei essere juventino, so perché non è giusto esserlo.
Ora vorrei potermi fregiare di un cuore granata, di un orgoglio viola, di cieca fede giallorossa, perfino di una scanzonata sampdorianità.
Il punto, però, e proprio quello: lo so ora.
E ora è decisamente, irrimediabilmente, definitivamente tardi.
Eh, si, perché quando ti scegli la squadra del cuore, non stai tanto li a guardare il potere dei padroni o la lotta di classe, e nemmeno lo spirito combattivo, l’ardore agonistico o la tradizione; direi che nemmeno il bel gioco o i risultati sono le variabili principali, quando scegli la tua squadra del cuore.
Nella maggior parte dei casi, a condizionare la scelta è l’ambiente, la tradizione familiare: il babbo che ti porta allo stadio riempiendoti la testa coi suoi teoremi della cui esattezza finisci ben presto per convincerti (salvo poi scoprire a tue spese, a sedici anni, che sulla regola dei gol in trasferta non ci aveva capito un cazzo), il fratello maggiore che ti straccia i maroni con l’inno dell’inter e ogni volta che giocate in salotto con la pallina di spugna, ti umilia e va ad esultare sotto la curva con la maglia di Matthaus, lo zio che cerca di corromperti e ti regala bandieroni del Milan e il berretto con le treccine di Gullit, insomma cose così. E qui la strada è già segnata, il solco è lì, pronto da seguire, pochi sforzi di fantasia, poche le possibilità di una deviazione che, quando c’è, è doppiamente eclatante e sottende spesso un desiderio di ribellione alle convezioni della società patriarcale, ma, a onor del vero, di codesti splendidi rivoluzionari ne ho visti pochi.
E poi c’è il secondo caso, nel quale ricado anch’io: famiglia fondamentalmente agnostica, ad esclusione di una debolezza giovanile di mia mamma per Albertosi e una più che sospetta simpatia granata che mio padre ha rispolverato però solo in anni recenti. Fratelli maggiori, nessuno.
Eccomi allora, splendido seienne, forte di una totale verginità calcistica, dovermi trovare ad operare una scelta, senza bussola, senza punti di riferimento sicuri. Un po’ come per il primo fumetto: sei lì, in edicola, davanti a tutti quei giornaletti e devi sceglierne solo uno, ma non sai leggere, e non conosci nessuno di quei supereroi, per cui che fai? Ti lasci affascinare, guidare da un’attrazione del tutto irrazionale; Thor, Capitan America, Superman o Provolino, in quel momento nulla conta, se non quello che senti qui, in un punto imprecisato tra stomaco e cervello, qualcosa che ti fa dire: ma si, scelgo quello.
E io mi sono lasciato affascinare.
Non dall’inter, squadra per la quale facevano il tifo tutti i miei cugini, ma da cui non mi sentivo per nulla attratto: Rumenigge, troppo teutonico, forte, biondo, per nulla divertente; Altobelli, troppo brutto, antipatico, interista.
Non dal Milan, che mi sembrava una squadra triste, grigia, distante, incapace di accendere la benchè minima passione. Dei giocatori, passi per Hateley, simpatico centravanti capellone, ma Wilkins, pelato e grassottello, ordinato e ordinario, incarnava magistralmente il grigiore generale.
Non dalla Fiorentina, dal Torino, la Roma, la Samp o il Napoli. Tutte avrebbero avuto qualcosa per me, ma erano squadre poco visibili, per forza di cose, a queste latitudini, e oggi invidio moltissimo chi ha avuto la fortuna di innamorarsene.
Rimasi folgorato da un uomo normale, dal sorriso furbo e simpatico, senza le cosce spaventose di Rumenigge, o l’elevazione di Hateley, non il “panzer”, o “Attila”, semplicemente “il re”.
Un uomo magro, ricciolino, calzettoni abbassati e maglia fuori dai calzoncini. La maglia, incidentalmente, era a striscie verticali bianche e nere, la numero 10.
Fu grazie a lui che presi la decisione, lui e nessun’altro; un bambino affascinato da un pallone e dal suo re.
Ecco perché non posso, oggi come allora juventino senza motivo di esserlo, tornare indietro e cambiare le cose.
Per non tradire quel bambino, i suoi sogni, la sua innocenza, la sua cieca fiducia nel mondo.
Non avrei il coraggio di dirgli che si sbagliava.

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C'è poco da ridere, Mona Lisa

giovedì, febbraio 16, 2006

Ogni tanto guardo la tv.
Sempre meno, e con sempre minore curiosità.
Qui ho trovato un vecchio televisore, a colori ma senza telecomando, per cui niente zapping.
Ogni tanto l’immagine traballa, ogni tanto lo schermo è attraversato da una linea bianca, ogni tanto non piglia proprio niente.
Comunque, ieri sera ho guardato, a spizzichi e bocconi, Mona Lisa Smile, ovvero: “Prendo l’Attimo Fuggente, ribalto tutta la situazione al femminile, ci metto qualche promettente attrice giovane, una superstar, ed ecco fatto il nuovo film culto delle ragazzine romantiche”.
Qualcosa è evidentemente andato storto:
Primo: la storia, i personaggi, lo sviluppo, il senso stesso del film sono davvero troppo simili a quelli dell’Attimo Fuggente, il che lo rende quasi un remake, ma infinitamente più retorico, del quale non si intuisce la necessità.
Secondo: il finale è moscio, tirato via. Il film cresce bene, si sviluppa in modo intrigante, e poi si spegne di colpo, proprio quando sarebbe stato giusto affondare la mano, scavare in profondità, far mettere a nudo il dramma.
Il terzo punto nace dalla considerazione che i grandi registi, oggi, sono pochi, ed è così riassumibile: Peter Weir è un grande regista. Mike Newell no.
Tutto questo a meno che durante il gol di Perrotta e successivi tre minuti di Bruges - Roma non mi sia perso la sconvolgente scena madre, ma dubito.
Peccato perchè c’erano i presupposti per un film discreto, a partire da alcuni interessanti spunti di critica sociale, dall’eleganza formale di Newell per finire con un cast azzeccato, tante brave attrici non troppo famose, per non dare fastidio alla diva più pagata del cinema, Julia Roberts, che a me continua a sembrare la “rana dalla bocca larga”.
Non voglio fare il saccente o lo sborone, perché non sono un esperto e vado a sensazioni, ma qui son da solo e se mi viene voglia di parlare, di dire qualcosa, parlo e la dico.
Insomma, voglio dire che ci sono rimasto male. Che diamine, una volta che un film riesce a distogliermi da una partita di coppa Uefa, che riesce quasi ad appassionarmi, poi si sgonfia in quel modo loffio.
E non si fa così, dai!
Che poi, a me, Newell sta pure simpatico, “Quattro matrimoni e un funerale” è un film che adoro, “Ballando con uno sconosciuto” pure e “Donnie Brasco” una pellicola solidissima (ma soprattuuto grazie a Pacino e Depp), solo che questo non è proprio il suo genere, non è la sua tazza di tè. (anche se mi sa che sono il solo a pensarla così, perché gli hanno affidato anche un Harry Potter)
Per cui Mike, una preghiera: torna a Londra e comincia a girare “Quattro matrimoni e un funerale 2”, in cui Hugh Grant si accorge che la McDowell non è altro che una troia, quindi per tutto il film tenta di ucciderla goffamente, con repertorio di facce buffe e aria da pesce lesso che gli vengono tanto bene, e infine la affoga nella vasca e si sposa con la sua amica, quella da sempre innamorata di lui, che poi è pure ricca…
Ah, dimenticavo, due cose belle le ho viste: Tori Amos in veste di cantante da matrimonio, e un Pollock gigantesco, grumoso, bellissimo.

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Illuminazioni: 80 voglia di dirlo

mercoledì, febbraio 15, 2006

Ci sono giorni in cui capita di avere l’illuminazione.
Può avvenire ovunque e in ogni momento. A me non di rado capita mentre ascolto la musica. E se hai a disposizione un faro dove poter suonare i tuoi dischi a qualsiasi volume, nelle notti stellate così come in quelle burrascose, nei lunghi pomeriggi di pioggia o all’alba di un giorno d’estate, beh, diciamo che forse è più facile.
E’ un lampo, niente più di un attimo di lucidità assoluta, una ridda di pensieri affastellati, compressi ma chiarissimi, spesso irriferibili, spesso irriassumibili .
Riferisco e riassumo. Ci provo:

Nel luglio 1982, quando Paolo Rossi era più famoso di Gesù, e Nando Martellini suggellava in triplice copia l’avvenuta realizzazione di un sogno, io mi accingevo a compiere i miei primi 6 anni, forse, a ripensarci oggi, i più felici della mia vita.
Questo fa sì che la mia partecipazione, in quella notte di gioia e di esaltazione, fosse pari alla consapevolezza di vivere in un paese appena uscito da più di dieci anni di quasi guerra civile, cioè pressoché nulla.
Il che ha i suoi lati positivi, ad esempio rende meno dilaniante la presa di coscienza della possibilità di non vincere mai più un mondiale di calcio. Voglio dire, io si, c’ero, ma non ricordo quasi nulla, per cui oggi soffro meno di chi all’epoca aveva, chessò, quindici anni e da allora solo mazzate, gente per cui “l’urlo” non è di Munch, ma di Tardelli, gente che ancora si commuove a vedere Ciccio Graziani e che potrebbe non reggere nel trovarsi di fronte lui, nostro Pablito dei miracoli.
Ci sono, però, anche parecchi lati negativi.
Uno, il più terribile, è che io gli anni ottanta li ho vissuti di riflesso, perché ho compiuto i quattordici anni nel 1990 (c’è a chi è toccato Paolo Rossi, e a chi è toccato Totò Schillaci…), e il naso fuori da casa cominciavo a metterlo a quell’età, intendo cioè ad interessarmi di musica, moda, ragazze. Non era mica come oggi, che a otto anni sono tutti pettinati come Totti, hanno il consulente di immagine, tre telefonini e le bambine telefonano a Camilla a Loveline e stanno già pensando di rifarsi le tette.
Ha un senso tutto ciò?
Beh, si, ed è più o meno questo: che per anni ho vissuto nell’assoluta convinzione che, ad eccezione del calcio, gli anni ottanta fossero stati anni di plastica, inutili e dannosi, vuoti e dimenticabili.
Il che, va detto, è in gran parte condivisibile, del resto basta passare in rassegna i vari ambiti socioculturali, facendo appello a quel bagaglio di cultura spiccia che più o meno tutti abbiamo, non foss’altro che per lo scatolotto televisivo, per rievocare alcuni fantasmi: Reagan, Bush, Craxi, Margareth Tatcher, Noriega, la guerra fredda, Rambo, Top Gun, lo Yuppiesmo, i paninari, le spalline, Ettore Andenna, Sbirulino, la morte del cinema italiano, la droga, l’AIDS, la mafia al potere, Andreotti, Berlusconi …
In gran parte d’accordo, quindi, ma il paradigma massimo, l’assunto perfetto e immutabile, instillato e nutrito da centinaia di pagine di riviste musicali più o meno autorevoli, è sempre stato uno e uno solo, e cioè che gli anni ottanta avessero prodotto solo musica di merda.

Beh, oggi posso dirlo con orgoglio babbuinesco: NON E’ VERO!

In verità, per arrivare a formulare siffatta affermazione, la strada è stata lunga e tortuosa.
La via dell’illuminazione non è un comodo viale alberato, e dunque non è per tutti, perché, e qui sta il fatto, questa non è l’ennesima rivalutazione d’accatto del trash pop da Festivalbar; non sto dicendo che Sandy Marton, Luis Miguel, Gazebo e Tracy Spencer fossero grandi musicisti, perché non è vero, anzi, come dicono a Londra, facevano schifo al cazzo.
Quello che sto dicendo è che gli eighties sono stati anni strapieni di musica fantastica ma, per la più parte, irrimediabilmente sotterranea, non commerciale e, vivaddio, alternativa (l’ho detto!).

In verità i miei sbiaditi ricordi fanciulleschi non facevano altro che confermare il teorema: ricordavo il vocione simpatico di Rick Astley, le spalline da Mazinga di Spagna, la temibile diatriba Spandau-Duran (anche se io, dimostrando una insospettabile predilezione per le atmosfere nordiche, preferivo gli Ah-Ah, o come cavolo si scrive), c’è da spostare una macchina, gimmie five, faccia da pirla, qualche gruppone finto metal con capelli dalle cotonature metafisiche (Europe, Poison, Bon Jovi), l’odiatissima Madonna (Luis Veronica, intendo, prima che un fulmine mi incenerisca seduta stante).
E rimane da dire di come l’ambiente nel quale sono cresciuto non fosse esattamente dei più propositivi: coacervo di stimoli cultural-musicali appiattiti non dico su Red Ronnie e Carlo Massarini (magari…) ma su Vittorio Salvetti (pace all’anima sua) Maurizio Seymandi e Claudio Cecchetto.
In famiglia, di musica ce n’era, tanti bei dischi dei 60-70, ma i miei sembrava che avessero smesso di comprarne in concomitanza con la mia nascita (e non voglio conoscere le implicazioni psicanalitiche di questa scelta, ho già troppi complessi): niente dopo il '75, così mi era preclusa qualsiasi via anche al punk, figuriamoci a tutte le varie filiazioni.
Non avendo fratelli maggiori, uno che fa, sperando di venire illuminato sulle meraviglie del mondo circostante si rivolge ai cugini, e di quelli ce n’erano in abbondanza.
Che dire, illuminazioni nessuna, a partire dalla fede.
Calcistica, intendo: 15 cugini, tutti interisti, io l’unico a preferire l’eleganza altezzosa di Platini all’esplosiva solidità di Rumenigge. Già ero visto come una mosca bianca; o una pecora nera; insomma un mostruoso ibrido, una mosca con la lana. Però bianconero.
Nemmeno con la musica le cose andavano meglio. Semmai ho rimediato qualche sano spavento e sviluppato una precoce antipatia per gli spagnoli. I primi per via di un mio cugino amante del metal, e dei suoi poster da cui i Kiss sputavano sangue e gli Wasp mangiavano carne (umana?) cruda, la seconda grazie ad un’altra cugina, oltre che vicina di casa, adusa ad ammorbare le mie giornate estive con i dischi di Miguel Bosè sparati a tutto volume, mentre tentava di farsi bella per uscire con il suo ragazzo (maglioncino sulle spalle, Golf Cabrio bianca, una specie di Ken, però sardo e alto uno e sessanta).
L’unica persona che mi andava a genio, malgrado fosse anche lui interista, era Ugo, il fidanzato storico della mia cugina più grande e bella (peraltro piuttosto odiosa e, in quanto sorcina cioè fan di Renato Zero, non molto interessante per i miei scopi eruditori). Ugo era gentile, simpatico, parlava di cose non banali e, cosa più importante, amava la musica. Purtroppo è uscito di scena prima che io potessi attingere avidamente alla sua collezione di dischi, per cui niente da fare.

Insomma: Ho fatto tutto da solo, ho fatto molta fatica, ho dovuto vincere pregiudizi, scavare nel torbido, studiare, riconquistare una certa verginità nell’approccio all’ascolto, mi sono cosparso il capo di cenere ma alla fine ho vinto.
E qui sta il secondo punto, cioè che, come spesso mi capita, mi trovo a vivere in ritardo, rincorrere il passato conscio dell’impossibilità di viverlo appieno.
Cercare, scavare, non fermarsi alla facciata, è una bella cosa o una brutta malattia? A che pro, se non puoi, non sai e forse nemmeno vuoi condividerla con altri?
E poi, non sarebbe più sensato cercare di vivere appieno il proprio presente, per non avere più rimpianti?
Una cosa esclude l’altra? Non so. Non credo.
E intanto torno ad ascoltare gli Smiths. ‘fanculo.

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Senza finestra



La linearità mi spaventa.
Per carità, come tutti ne ho bisogno, a volte, ma mi inquieta quando diventa una costante, l’unica direttrice dell’esistenza.
Diffido della linearità, della predeterminazione, del cieco fideismo nella consequenzialità. Diffido persino della logica, del logico fluire dell’altrui ragionamento.
Sono infastidito da chi, con la logica pensa di poter parlare di tutto, e tutto comprendere, acquisire, mettere via.
Non mi piace chi mette via, chi crede di aver capito, chi è disposto a mettere sul piatto le proprie esperienze solo se pensa valgano più delle tue.
Disprezzo chi tende ad assolutizzare le proprie opinioni, imporre il proprio pensiero, dare dimensione cosmica al proprio gusto personale.
Rido di chi ancora vive con la certezza della causalità.
Non sopporto la pigrizia dell’intelletto, l’atteggiamento di chi ha smesso di porsi domande, di chi a un certo punto della sua vita ha deciso che era già ora di mettersi il pigiama, e di guardare la tv, di guardare in tv quello che succede fuori dalla propria finestra.
Non amo le persone così. Dritte e perfette, senza fossi, curve del pensiero, vicoli bui in cui e meglio non inoltrarsi.
Senza finestra.


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In un bar, sotto il mare - seconda parte

martedì, febbraio 14, 2006


Era un uomo equilibrato.
E non aveva mai mancato un giorno di lavoro.
Per questo parve a tutti strano quando, il 27 dicembre, la sua scrivania al piano seminterrato rimase vuota tutto il giorno.
O, almeno, così si pensa, visto che se ne accorsero verso le quattro del pomeriggio, quando Mino Mastrocinque, il giovane ragioniere arrivato da poco all’ufficio dell’anagrafe, dovette consultare la cartella di tale Burlacchi Adelina, deceduta da poche ore.
La scrivania era vuota, la lampada spenta, le poche pratiche in sospeso ordinatamente impilate al centro del tavolo, le matite perfettamente temperate e il calendario appeso alla parete fermo al giorno 22 dicembre.
Il ragionier Mastrocinque disse di essere rimasto alquanto stupito e non nascose un certo fastidio nel far notare che la cartella della Burlacchi Adelina la dovette cercare da solo, quel giorno.

Al vecchio Boe piaceva il silenzio. O almeno quello che lui definiva silenzio. Un silenzio fatto di bicchieri, chiacchiere in lontananza, passi lenti su assi robuste. Altro non ne conosceva.
Nemmeno a letto, un attimo prima di dormire o appena sveglio al mattino, aveva mai sperimentato un silenzio più silenzioso di quello, inseguito com’era dal ricordo del rumore del tuono.
Per questo aveva deciso di non dormire più.
Barattava le ore del sonno con quei momenti di silenzio, che a dirla così non sembra una gran soluzione, bisognava esserne capaci o esser matti, e spesso matto è più facile che capace.
E lui lo era diventato. Capace.
Quella sera, poi, il bar di Boe era ancora semivuoto, e persino voi avreste potuto trovarlo un posto silenzioso.
Boe asciugava i bicchieri guardando i tavoli. Sembrava un albero. Alto un pezzo più del normale, braccia lunghe, mani grandi, nocche enormi: rami nodosi da cui è caduta anche l’ultima foglia. Il viso sembrava intagliato nel legno, zigomi spigolosi, guance solcate da rughe immobili, occhi, due fessure: una scultura cominciata e mai finita.
Mancava poco, ormai, e lui era, come sempre, pronto.
I nuovi ospiti sarebbero arrivati tra breve.
Non sapeva quanti e naturalmente non sapeva chi, ma era certo di sapere il perché, e questo era abbastanza.

La sera del 28 dicembre, la signorina Teresa Bollani, impiegata nel negozio di cartoleria dello zio Adelmo Bollani, consegnò nelle mani del commissario Necchi una busta affrancata. All’interno della busta vi era un foglio ripiegato in quattro e scritto da un lato, una lettera, probabilmente, e una chiave.
La Bollani disse di aver trovato la busta tra la propria posta la sera prima, di averla aperta e, una volta appreso il contenuto, di essersi preoccupata a tal punto da non aver chiuso occhio per tutta la notte, e di aver preso la decisione di recarsi alla polizia dopo essersi confidata con lo zio.
Il commissario ascoltò il racconto trafelato della Bollani, si lisciò i baffi biondicci, spiegò il foglio e lesse:

25 dicembre
Gentile Teresa

Mi rivolgo a te perché so che sei una cara ragazza e che ami gli animali, e sono certo che il tuo buon cuore ti farà accettare di buon grado questa mia piccola richiesta.
Ti prego di prenderti cura di Toto, è un gatto molto dolce, discreto, educato e poco curioso, per essere un gatto. Ha abitudini molto casalinghe, mangia di tutto, e ama dormire vicino alla finestra.
Ti chiedo di fare questo al posto mio perché io non potrò più occuparmi di lui. Non ci vedremo più, per cui ti saluto e ti ringrazio di cuore. Non ti parlo di persona perché il negozio è chiuso e io no posso aspettare, la risoluzione che ho preso richiede un coraggio che so di avere ora ma non so per quanto tempo ancora.

Addio, buon Natale

Tommaso Carta


P.S. Nella busta trovi la chiave del mio appartamento, in Via Ariosto, al 10, terzo piano, prima porta a sinistra, quella senza targhetta. Sul tavolo della cucina ti lascio il saldo del mio debito presso la cartoleria, non mi sono fidato a mandarlo per posta.
Continua…

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La prima sigaretta

lunedì, febbraio 13, 2006

Dei vari segni di umanità pregressa presenti qui sull’isola, due quelli che mi sono stati maggiormente utili, fin’ora.
Intendo al di là della loro mera utilità pratica, quindi non gli attrezzi, non il generatore di corrente né altri residui dell’umana civilizzazione post-industriale.
Parlo di una croce di legno e di un pacchetto di sigarette iniziato.

La croce è alta circa un metro e mezzo, due grossi rami robusti di cedro, incrociati e legati da una corda. Ben piantata a terra, sulla scogliera, quasi a strapiombo sul mare.
E’ questo il punto più alto dell’isola, a parte il faro. Per raggiungerlo un sentiero bruciato che sale dritto, senza curve, e ti invita ad andare. Piantare il primo piede sull’erba del piano e vedere la croce sono un tutt’uno. Lei è lì, sfrontata, persino irritante per come si staglia contro l’orizzonte. Orizzonte diviso, in quattro parti. Orizzonte cartesiano, direbbe quel tuo amico. Pensi come lui, ti dici, e non è un buon segno.
Del perché sia lì, la croce, hai smesso di chiedertelo da un pezzo, così come del perché il vento, quassù, non si sente quasi.
Da due giorni non piove, ma tutto ti dice che è un errore: schiaffi di mare grigio, su scogli neri, sotto un cielo bianco. Non fosse per l’erba, saresti in un vecchio film di Bergman.



E’ capitato, un martedì pomeriggio. Camminando animato da un’agitazione non decifrata, presto ho capito quale sarebbe stata la mia meta. E’ capitato, che lì, seduto di fronte a una croce stortignaccola, incappassi in un momento di assoluto e inaspettato benessere.

Sdraiato, senti l’umido sul collo, le labbra bruciano meno del solito. Pensi come sempre a quale canzone vorresti ascoltare. Associazione di idee, non ragionamento. The Smiths, hand in glove. Poteva andarti peggio.
Alzi la testa, i gomiti puntati nell’erba soffice, davvero qui non c’è vento, eppure le nuvole corrono veloci. Il cielo è tutto una nuvola, a più strati. Lo osservi scivolare via e senti che stai perdendo l’equilibrio. Anche da seduto.
Se hai fatto bene i conti, oggi è martedì. Giorno del cazzo. Strano giorno, pensi, per venire in chiesa.


Non sto parlando di un’esperienza mistica, o di verità assolute. Solo di una sensazione, come di acqua versata in un vaso vuoto. Mi sono sentito riempire, penetrare in tutte le fessure, scacciare via la polvere, e stare bene. Non voglio essere frainteso, sto dicendo che è la stessa sensazione che alcuni potrebbero provare in una serata al Pub, con gli amici, o in un pomeriggio allo stadio, tanto per fare qualche esempio. A me è capitato qui, sull’isola, di fronte a una croce, un martedì pomeriggio.

Non ti ricordi di averlo preso, ma stringi tra le mani il pacchetto blu. Osservi lo stemma, quell’elmo alato che ti ha sempre fatto pensare ad Asterix. Ricordi tuo padre che diceva che quelle erano le più forti di tutte. Catrame puro. Pensi a quando ti sei sentito così, l’ultima volta. C’era il sole, e correvi dietro a un aquilone rosso. Ma adesso non sai più se è successo veramente. Nel pacchetto anche un accendino, rosso scuro, di plastica.
Hai tutto chiaro in testa il tuo libro. Per la prima volta ne senti la compiutezza. Sai perché sei qui. Quella canzone la senti davvero, ora, e per la puttana chissenefrega se parla di amori gay. E’ bellissima. E’ tua. Stringi tra le labbra la prima sigaretta da anni. Labile ponte con l’infinito. Per la prima volta no vorresti essere che te. La fiamma, la carta che brucia, il respiro profondo. Catrame puro. Tuo padre che sorride. Tua madre alza gli occhi ed è felice. Ti manca qualcosa, ma non hai fretta di aspettare. Sai che l’aquilone tornerà.
Ne mancano dieci.


Io non fumo, e non credo alle coincidenze.
Cioè non credo che esistano coincidenze, ma che tutto abbia sempre un senso, magari il più delle volte non ci capisci un cazzo, ma prima o poi la trama la vedi, eccome se la vedi.
Per cui undici sigarette su un’isola deserta, non sono per caso. Sono per raccontare una storia, scandire il tempo come i rintocchi di un orologio a pendolo.
E sia. Una per ogni momento speciale. Con il rischio di sovrastimare l’importanza degli avvenimenti, di bruciarle tutte subito e rimanere senza quando sarà “davvero” importante, ma ho fiducia.


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L'ultimo birillo

venerdì, febbraio 10, 2006



Mi sento come l’ultimo birillo.
L’unico superstite di un mancato strike.
Non so se esserne contento.
Non ho più appoggi, non ho più solidarietà.
Sbircio alle mie spalle ma non vedo nulla.
Solo assordante silenzio.
Perché proprio io?
Non sarebbe stato meglio venire investiti dal ciclone
E poi pronti per un altro giro?
Non so.
Vacillo ma sono ancora in piedi.
E questo è l’unico fatto che conta.


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Happy Sad - Tim Buckley

martedì, febbraio 07, 2006


Prolegomeni alle conseguenze del fato
Luglio ’98: Sono ancora io, un po’ a pezzi, un po’ acciaccato, molto confuso, ma sono ancora io, mi riconosco (sic).
Agosto ’98: C’ è qualcuno che sta ridipingendo la mia stanza, uno che mi somiglia, mi sembra. C’è qualcuno che un po’ si, mi somiglia, ma non così tanto, che sta cercando di lasciarsi alle spalle la MIA vita. Sono io? Credo di si, ma non sono più quello di prima.
Cosa è successo? Non lo so di preciso, di certo mi ricordo che una sera arrivo a casa con questo cd, lo scarto, lo inserisco nel lettore, play e… lacrime, e play ancora, e ancora. Forse non è il suo disco migliore in assoluto, di sicuro quello a cui sono più affezionato, perché il primo ad avermi parlato, in un’estate troppo importante per me.



Strange Feelin’
Bastano tre secondi e si è già in un altro mondo, infinitamente migliore di questo; contrabbasso, chitarre, percussioni, vibrafono: il giro è quello di All Blues di Miles Davis. Mai sentito un suono così caldo. Poi la voce, quella voce, mai sentita prima e mai più trovata dopo di lui: bel modo di farsi cambiare la vita, in una sera d’estate.

Buzzin’ Fly
One, two, three, four: esplode la gioia, ma è una gioia trattenuta, ancorata a terra da una voce che ha dimenticato la leggerezza un po’ frivola degli esordi. Ora quella voce è tutta qui, tra stomaco e cervello, in cerca di una via di fuga per le stelle.

Love from Room 109 At The Islander (On the Pacific Coast Highway)
Canzone monumentale, suite in due movimenti sull’amore e la disperazione. Il fascino è accresciuto dal particolare effetto udibile in sottofondo: dopo aver inciso la versione definitiva, Tim si accorge che il tecnico del suono ha combinato qualche casino: per tutto il pezzo si sente un fastidioso fruscio. Si decide così di inserire dietro gli strumenti lo sciabordio delle onde sulla spiaggia. La mia stanza si è trasformata per sempre nella room 109.

Dream Letter
Questo pezzo mi ha ossessionato per mesi: ne devo aver scritto il testo dappertutto, ovunque mi trovassi, su qualsiasi superficie avessi a portata di mano. Una lettera vergata in sogno con parole pesanti, una confessione sincera e disillusa declamata drammaticamente su un contrabbasso suonato con l’archetto. E poi un momento di infinita tenerezza per un figlio abbandonato (sic…) e da subito caricato di responsabilità troppo grandi.

Gipsy Woman
Per penetrare a fondo questo sabba delirante, bisogna lasciare in un angolo la propria sfera razionale: qui dentro tutto è fisico, animalesco, irrefrenabile. E facile immaginarsi Tim così come lo ha descritto il chitarrista Lee Underwood, un demone che danza nel suo cerchio di fuoco.

Sing a Song for You
Dopo tanta furia drogata, un’oasi di quiete, madrigale angelico quasi mai citato (a mio parere a colpevolmente) tra le migliori canzoni di Buckley. Bellissima

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Non è difficile



Non è difficile, la vita, sull’isola.
Solo, non è semplice.

Tempo di burrasca, oggi come ieri e il giorno prima.
La barca ondeggia da far tremare i polsi, il vento ti sfida con raffiche che sono colpi di bastone sugli occhi. Assaggi l’acqua, quella salata delle onde e quella dolcissima della pioggia. Ritmo. E solo questione di ritmo. E’ come ascoltare Coltrane all’Half Note, nel ‘65: se ti lasci prendere dal panico, non ne vieni fuori bene. Devi chiudere gli occhi, sentire il ritmo, sincronizzare il cuore e cercare di non cadere.




C’ è molto da fare, da lavorare; ma questo è un bene perché allena la mente alla concretezza e stanca le membra.
Le braccia e le spalle danno notizia di se solo quando sono stanche, le dita rispondono in ritardo, le gambe non spingono più, per la prima volta ti accorgi di avere un corpo, capisci solo ora cosa significa l’uomo.

Tiri a riva la barca, sei fradicio sotto una cerata pleonastica, ma temi che sia il sudore più che la pioggia, la paura e la fatica più delle intemperie. Leghi la cima e le dita quasi non si chiudono più. Guardi quelle mani che non hai ancora imparato a riconoscere come tue: cuoio grezzo, ti chiedi se sarebbero ancora capaci di una carezza.
Guardi con occhio distratto il poco pesce pescato, sai che è meglio pulirlo subito, la stanchezza porta lucidità, non vuoi pensare e non vuoi ricordare la prima volta: l’urlo di dolore, la coda impazzita, la mano indecisa, lo schizzo di sangue sugli occhi.


Se sei stanco metti a fuoco le tue priorità e metti a nudo le tue sovrastrutture; le vedi lì, tutte insieme, per una volta chiare, per quello che sono: scheletro imponente e fragilissimo, fardello costante che ci costringe a terribili equilibrismi, come camminare con un castello di carte sulla testa.

L’acqua è ancora calda, sei a bagno da quasi mezz’ora ma non hai voglia di uscire. Non senti niente se non un tepore nelle ossa. Da quando sei sull’isola sei pieno di ferite, dolori, graffi, ma non hai più mal di testa. La mente è sgombra, un cielo sereno spazzato dal vento. Sorridi, prendi fiato e immergi la testa.
Apri gli occhi e ora lo vedi.
In mezzo all’azzurro, teso oltre il sole.
Un magnifico aquilone.
Rosso.


Nato bambino, bestiola magnifica, mutato col tempo in essere sovra-umano, tutto cervello, gangli e neuroni, oggi mi ritrovo qui, carne e sangue, muscoli e ossa, capelli stopposi e belle bruciata, e mente in fine libera di vedere cosa si cela dietro il sole.

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